La Banca del Giappone: l’AI può generare un’inflazione persistente e duratura

Secondo l'istituto non si tratta di un fenomeno transitorio, ma di una tendenza che potrebbe radicarsi nel tempo

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La Banca del Giappone: l’AI può generare un’inflazione persistente e duratura

Il Bank of Japan ha acceso un nuovo faro di preoccupazione sull’economia globale. In una dichiarazione, l’istituto centrale ha avvertito che la domanda globale di soluzioni basate sull’AI potrebbe esercitare una pressione inflazionistica persistente e difficile da contenere nel Paese del Sol Levante. Una previsione che, se confermata, rischia di complicare ulteriormente il già delicato equilibrio tra crescita economica e stabilità dei prezzi in Giappone.

Secondo quanto riportato da Reuters, il BoJ ha sottolineato come la crescita esponenziale dell’utilizzo dell’AI in settori chiave—dalla manifattura alla sanità, passando per la logistica—stia già mostrando i primi effetti tangibili sull’inflazione. Non si tratta di un fenomeno transitorio, ma di una tendenza che potrebbe radicarsi nel tempo, rendendo più difficile per la banca centrale giapponese raggiungere il proprio obiettivo di inflazione del 2%. Una sfida che si aggiunge alle già complesse dinamiche economiche del Paese, dove la deflazione ha rappresentato per decenni un nemico insidioso.

Il Giappone non è l’unico Paese a dover fare i conti con le conseguenze dell’espansione dell’AI sull’economia. Tuttavia, la sua situazione è peculiare: un mercato del lavoro invecchiato, una popolazione in calo e una domanda interna ancora fragile rendono il Paese particolarmente vulnerabile agli shock esterni. Il BoJ ha spiegato che la corsa agli investimenti in infrastrutture AI—dai data center alle reti 6G—sta determinando un aumento dei costi in settori strategici. Le aziende giapponesi, infatti, stanno destinando risorse sempre maggiori allo sviluppo di soluzioni automatizzate, spinte anche dalla necessità di compensare la carenza di manodopera.

In sostanza, l’AI richiede ingenti investimenti iniziali—server, software, formazione del personale—che si traducono in un aumento dei prezzi dei servizi e dei prodotti finali. Inoltre, la scarsità di semiconduttori e componenti elettronici, già evidente negli ultimi anni, rischia di acuirsi ulteriormente con la crescente domanda globale. Secondo le stime di analisti citati da Reutersil Giappone potrebbe registrare un incremento dei prezzi al consumo compreso tra lo 0,3% e lo 0,5% nei prossimi dodici mesi proprio a causa di questi fattori.

La notizia ha già scosso i mercati finanziari. Le azioni delle società tecnologiche giapponesi, in particolare quelle legate allo sviluppo di soluzioni AI, hanno registrato un’impennata nei primi scambi della giornata, mentre lo yen ha mostrato segni di debolezza. Gli investitori sembrano divisi tra ottimismo per le potenzialità dell’AI e preoccupazione per i rischi inflazionistici.

Anche gli economisti di Goldman Sachs hanno espresso preoccupazione, sottolineando come l’AI possa diventare un moltiplicatore di inflazione non solo in Giappone, ma anche in altre economie avanzate. Secondo le loro stime, nei prossimi cinque anni, i costi legati all’adozione dell’AI potrebbero aggiungere fino a 0,8 punti percentuali all’inflazione globale, trainati soprattutto dalla domanda di energia e infrastrutture digitali.

Nonostante le ombre, il Giappone non può permettersi di rallentare la corsa all’innovazione. Il governo di Tokyo ha recentemente annunciato un piano da 150 miliardi di dollari per lo sviluppo di un ecosistema nazionale di AI, con l’obiettivo di posizionare il Paese come leader globale nel settore. Tuttavia, la sfida sarà bilanciare questa spinta con la necessità di contenere l’inflazione, soprattutto in un contesto in cui i salari faticano a crescere e i consumi rimangono deboli.

Il governo giapponese ha già fatto sapere che monitorerà attentamente l’evoluzione dei prezzi nei prossimi trimestri, pronta a intervenire con misure correttive se necessario. Tra le opzioni sul tavolo, ci sono un eventuale rialzo dei tassi di interesse, incentivi fiscali per le aziende che investono in tecnologie a basso impatto inflazionistico e interventi mirati per sostenere i settori meno esposti all’AI.

Il Giappone non è solo. Anche in Europa e negli Stati Uniti, le banche centrali stanno osservando con attenzione gli effetti dell’AI sull’inflazione. La Federal Reserve statunitense ha già avvertito che la transizione verso un’economia digitale potrebbe generare squilibri nei prezzi, soprattutto nei settori ad alta intensità tecnologica.

Secondo uno studio pubblicato dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) a luglio 2026, l’AI potrebbe diventare uno dei principali driver dell’inflazione nei prossimi dieci anni, con effetti diversi a seconda delle regioni. Nei Paesi emergenti, ad esempio, la domanda di infrastrutture AI potrebbe spingere al rialzo i prezzi delle materie prime, mentre nelle economie avanzate il rischio principale è rappresentato dall’aumento dei costi dei servizi.

L’allarme lanciato dal BoJ non deve essere letto come una condanna dell’AI, ma come un invito a governare con saggezza una rivoluzione tecnologica che sta già cambiando il volto dell’economia globale. Il Giappone, con la sua tradizione di innovazione e disciplina finanziaria, si trova in una posizione unica per affrontare questa sfida. Tuttavia, il successo dipenderà dalla capacità di trovare un equilibrio tra progresso e stabilità, evitando che la corsa all’AI si trasformi in un boomerang per famiglie e imprese.

Come ha sottolineato recentemente il ministro giapponese dell’Economia, «l’AI non è il nemico, ma lo specchio delle nostre scelte»—scelte che, se fatte con lungimiranza, potrebbero portare il Giappone a riscrivere le regole della crescita economica nel XXI secolo.

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