Mark Zuckerberg ha pubblicato lunedì un documento di oltre 6.500 parole intitolato “The Future is for Everyone: The Path to a Positive AI Future”. È un testo lungo, ottimista fino all’inverosimile, che si inserisce in una moda sempre più diffusa tra i CEO del settore tecnologico: scrivere saggi sulla propria visione dell’intelligenza artificiale. Prima di lui, Dario Amodei di Anthropic e Satya Nadella di Microsoft. Sam Altman di OpenAI pubblica regolarmente post sul futuro. Zuckerberg ha deciso di alzare il tiro.
Il cuore del testo è una tesi precisa: la superintelligenza non deve finire nelle mani di pochi governi, aziende o esperti. Se concentrata, sostiene Zuckerberg, produrrà inevitabilmente esiti negativi per tutti gli altri. La soluzione che propone è distribuire l’AI a miliardi di persone, attraverso modelli accessibili e open source. Meta, coerentemente con questa posizione, ha annunciato che riprenderà a rilasciare modelli AI open weight nelle prossime settimane, inclusa una versione di Muse Spark 1.2, presentato come uno dei principali modelli fondazionali disponibili. L’accesso libero al codice, argomenta, è una garanzia contro la concentrazione del potere, non un rischio.
Sul fronte regolatorio, Zuckerberg chiede una “collaborazione proattiva” tra laboratori AI e governo americano, al posto di un processo rigido con finestre di revisione prefissate. Il suo timore dichiarato è che un’eccessiva regolamentazione negli Stati Uniti finisca per avvantaggiare la Cina nello sviluppo della tecnologia. Contestualmente, ha annunciato il lancio del Future is for Everyone Fund, un fondo da un miliardo di dollari destinato alle comunità americane dove Meta gestisce i propri data center. I destinatari includono insegnanti, soccorritori e infrastrutture locali. Uno dei punti più discussi del manifesto riguarda il lavoro: Zuckerberg rigetta l’idea che l’AI elimini l’occupazione su larga scala e sostiene invece che l’invenzione sostituirà l’automazione come motore principale dell’economia.
È proprio su questo punto che le critiche si fanno più dense. Anthropic e OpenAI, i cui CEO hanno ripetutamente avvertito di dislocazioni occupazionali significative, vengono implicitamente attaccati nel testo. Zuckerberg scrive di non capire come si possa credere che l’AI eliminerà la maggior parte dei posti di lavoro e al tempo stesso accelerare per costruire quel futuro. La domanda ha una certa forza retorica, ma i critici fanno notare che il documento non risponde alle obiezioni più concrete: chi decide quali modelli open source sono sicuri? Come si governa la distribuzione globale di una tecnologia potente senza alcun filtro centralizzato? Il manifesto glissa su entrambi i punti.
Sullo sfondo c’è una situazione competitiva complicata per Meta. L’ultimo modello AI dell’azienda è stato accolto senza particolare entusiasmo, con osservatori che lo descrivono come inferiore in molti compiti rispetto ai modelli di OpenAI, Anthropic e Google. Il documento di Zuckerberg arriva quindi in un momento in cui Meta deve giustificare la propria posizione nel settore, oltre che agli investitori. Un manifesto da 6.500 parole è anche una mossa di comunicazione. Il rischio, come hanno fatto notare diversi commentatori, è che la distanza tra le promesse del testo e i prodotti realmente disponibili sia troppo ampia per passare inosservata. Nel lungo periodo, l’unico modo per validare una visione così ambiziosa è costruire modelli che la incarnino davvero.














