Nella comunità tecnologica sta crescendo a buon ritmo una nuova preoccupazione. Si tratta della fatica da intelligenza artificiale (o “AI fatigue”), cioè un tipo di affaticamento cognitivo legato all’uso intensivo di strumenti AI su cui in pochi si sono espressi apertamente.
A lanciare l’allarme è l’ingegnere software Siddhant Khare, che nel suo recente saggio “AI fatigue is real and nobody talks about it” racconta di aver consegnato più codice di sempre in un trimestre grazie ad una maggiore produttività garantita dall’AI, ma di essersi sentito più esausto che mai. Un paradosso che, secondo Khare, deriva dal fatto che l’AI accelera ogni singolo compito ma moltiplica il numero di decisioni e revisioni da fare, lasciando un enorme peso cognitivo sulle spalle degli esseri umani.
Secondo Khare, l’uso intensivo dell’AI trasforma il ruolo del professionista da creatore a revisore, costringendolo a correggere, validare e adattare output generati da sistemi non deterministici e imprevedibili. Questo contesto, insieme alla necessità di stare al passo con un flusso continuo di nuovi strumenti e aggiornamenti, aumenta il cosiddetto “decision fatigue”, ovvero l’esaurimento mentale causato da continue micro‑scelte. La situazione è confermata da ricerche più ampie e studi accademici che mostrano come l’interazione prolungata con tecnologie AI può portare ad un sovraccarico di informazioni, affaticamento cognitivo e calo nella fiducia decisionale.
L’AI fatigue non è un fenomeno isolato nel settore tech, e sempre più lavoratori segnalano sensazioni di stanchezza mentale e ansia legate alla pressione di adottare nuove AI e mantenere performance elevate. Per affrontarlo, Khare suggerisce pratiche come limiti di tempo nell’uso dell’AI, separazione netta fra pensiero profondo e lavoro assistito, e accettare che l’output dell’AI sia “abbastanza buono” invece che ricercare una continua perfezione. L’obiettivo, conclude, è trovare un equilibrio sostenibile: non eliminare l’AI, ma usarla con consapevolezza per proteggere la nostra capacità di pensare e decidere, risorsa che nessun algoritmo può ancora sostituire.
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