Una ragazza di vent’anni è stata presa in carico dal Servizio per le dipendenze (Serd) dell’Ulss 3 di Venezia per una “dipendenza comportamentale da intelligenza artificiale”. Non si tratta di gioco d’azzardo, shopping compulsivo o social network, la giovane aveva sviluppato una relazione esclusiva con un chatbot AI, al punto da non riuscire a gestirla.
È la prima volta che un caso simile viene trattato formalmente in Italia, ma il fenomeno è ben noto agli esperti a livello internazionale. Laura Suardi, primaria del Serd veneziano, lo definisce apertamente “la punta di un iceberg“, frutto atteso di un percorso di formazione avviato proprio per prepararsi a scenari come questo. Il meccanismo alla base è semplice quanto potente. Man mano che l’algoritmo impara a conoscerti, sa darti esattamente le risposte che vorresti sentire, anche più di un coetaneo, rafforzando progressivamente quella che sembra una relazione amicale. Diventa un problema quando non la si sa gestire, quando diventa un unico orizzonte di riferimento.
Il caso veneziano sembra essere la superficie visibile di un fenomeno in rapida espansione globale. I chatbot generativi sono oggi usati da oltre 987 milioni di persone nel mondo, tra cui circa il 64% degli adolescenti statunitensi. Una ricerca della Drexel University di Philadelphia ha studiato il rapporto tra giovani e assistenti conversazionali come Character.AI, Replika e Kindroid, rilevando che in molti casi i ragazzi avevano iniziato a usarli per supporto emotivo o intrattenimento, ma l’uso era poi evoluto in dipendenza vera e propria. Uno studio presentato alla conferenza CHI 2026 di Barcellona ha identificato addirittura differenti tipologie di dipendenza da chatbot: il compagno pseudosociale, chi tratta il bot come un amico, un familiare o un partner romantico, è il profilo più frequente, riscontrato in 86 casi analizzati. I chatbot che praticano la cosiddetta sycophancy, ovvero la tendenza a dare sempre ragione all’utente per compiacerlo, rendono molto difficile per chi è già fragile distinguere il digitale dalla realtà.
Cosa fare, allora? La primaria Suardi è chiara nell’affermare che non basta imporre limiti all’uso degli strumenti, di fronte a questi disturbi comportamentali occorre mettere in campo competenze non solo psicologiche, ma anche psichiatriche, coinvolgendo i familiari dei pazienti. Sul fronte della prevenzione, in Italia una proposta di legge punta a rafforzare i sistemi di verifica dell’età e, soprattutto, a limitare il potere fascinatorio dei chatbot attraverso il controllo della memoria delle conversazioni, ovvero quella funzione che permette all’AI di ricordare tutto ciò che l’utente ha condiviso nel tempo, rendendo il legame sempre più difficile da spezzare.

I chatbot AI hanno un effetto simile a quello delle droghe sul cervello degli adolescenti
Uno studio condotto dalla Drexel University ha evidenziato sei criteri…














