Il 14 luglio 2026 IBM ha vissuto la peggior seduta della sua storia: -25,2%, il calo giornaliero più pesante da quando esistono dati storici affidabili sul titolo, ovvero dal 1968. Peggiore anche rispetto al precedente record negativo, quello del Black Monday del 19 ottobre 1987, quando IBM perse il 23,7% insieme a tutto il mercato. Ieri il titolo ha chiuso intorno a 217 dollari, bruciando circa 67-68 miliardi di dollari di capitalizzazione in una sola giornata.
Un crollo di questa portata, unito al fatto che la causa scatenante ha a che fare con l’intelligenza artificiale, ha subito alimentato una domanda ricorrente sui mercati: è il primo segnale del chiacchieratissimo scoppio della bolla AI? La risposta, sulla base di quanto emerso finora, è probabilmente no e i motivi per cui non lo è raccontano qualcosa di interessante sulla natura di questa fase di mercato.
Un crollo annunciato?
IBM avrebbe dovuto presentare i conti il 22 luglio. Invece, il 14 luglio, con otto giorni di anticipo, ha messo al corrente il mercato che i conti sarebbero stati molto sotto la media. L’azienda ha guadagnato molto meno di quanto promesso agli investitori qualche mese fa.
Ricavi a 17,2 miliardi di dollari, contro i circa 17,9 miliardi che gli analisti si aspettavano. Utile per azione a 2,93 dollari invece dei 3,01-3,02 previsti. Nulla di catastrofico in assoluto (IBM continua a fatturare e a guadagnare miliardi) ma abbastanza sotto le attese da far scattare il panico in borsa, dove contano più le sorprese negative che i numeri assoluti.
A guidare la delusione è stato il comparto infrastrutturale: -7%, con il colpo più duro sui mainframe (i grandi server aziendali su cui girano banche, assicurazioni, compagnie aeree) e sul software collegato. Il software “generico” è comunque cresciuto (+5%), ma molto meno dell’11% che IBM aveva previsto e annunciato. Il business della consulenza è rimasto sostanzialmente fermo.
Il CEO di IBM Arvind Krishna ha ammesso gli errori dell’azienda, inquadrandoli nel contesto dei cambiamenti di mercato in corso: nelle ultime settimane di giugno, tanti clienti hanno cambiato all’improvviso destinazione ai loro budget. Invece di firmare i consueti contratti software con IBM (cosa che di solito avviene proprio a ridosso della chiusura del trimestre) hanno dirottato i soldi su server, storage e memoria per l’intelligenza artificiale, in modo da assicurarseli prima di attesi aumenti di prezzo. Molti tra i contratti software di IBM sono rimasti quindi in sospeso o sono saltati del tutto.
I clienti non hanno dunque tagliato la spesa, l’hanno spostata altrove e IBM, per sua stessa ammissione, non se n’è accorta abbastanza in fretta da correre ai ripari. La rotazione di capitale interna al settore tecnologico ha condotto a un paradosso: mentre il titolo di IBM è sceso, quello complessivo dell’AI è salito.
Perché questo è l’opposto di uno scoppio di bolla
La vicenda di IBM non racconta un titolo AI che crolla per eccesso di hype che non viene ripagato dai ricavi, ma un fornitore IT tradizionale che perde ricavi perché i clienti stanno spostando budget verso l’infrastruttura AI (server, chip, memoria). Infatti lo stesso giorno del crollo di IBM, titoli legati all’hardware AI come Micron, Intel e AMD sono saliti di circa il 4% in apertura: i soldi non sono usciti dal sistema, si sono solo spostati da software e consulenza verso hardware AI.
Una bolla che scoppia è, per definizione, un evento in cui il capitale investito in un asset o in un tema smette improvvisamente di essere considerato meritevole di quella valutazione e defluisce. Quello che raccontano i dati di IBM è l’esatto contrario: la domanda di infrastruttura AI è così forte e urgente che le aziende sono disposte a dirottare budget già allocati altrove (inclusi contratti software pluriennali con un fornitore storico come IBM) pur di assicurarsi hardware AI prima di rincari attesi.
Campanello d’allarme
Non tutti gli osservatori concordano con questa visione. Alcuni analisti sostengono che il caso IBM sia comunque un campanello d’allarme, una prova e che la corsa ai chip e alla memoria AI sta arrivando a un punto di scala tale da distorcere in modo significativo il resto della spesa tecnologica delle imprese. Per questa lettura, un’allocazione di capitale così estrema e concentrata su un solo tema è di per sé un sintomo tipico delle fasi avanzate di una bolla, anche se non ancora del suo scoppio.
È una lettura legittima, ma va tenuta distinta dalla domanda iniziale. Un conto è chiedersi se la spesa in AI stia raggiungendo dimensioni tali da creare squilibri nel breve termine (il che è possibile). Un’altra è chiedersi se il crollo di IBM segnali che gli investitori stanno perdendo fiducia nel settore AI e ne stanno uscendo: non è quello che i dati mostrano, la fiducia nel settore resta altissima.
La maggior parte delle testate finanziarie che hanno coperto la notizia, inoltre, inquadra il crollo come un caso sostanzialmente isolato di IBM: un problema di execution e di mix di business (mainframe e software legacy sotto pressione), non un segnale sistemico esteso a tutto il comparto tecnologico. L’aggiornamento sui conti definitivi, con tutti i dettagli, è fissato per il 22 luglio.

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