Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha messo sul tavolo la parola sanzioni. Il 21 luglio ha dichiarato pubblicamente che il governo americano è pronto a colpire i laboratori di intelligenza artificiale cinesi se verrà provato che i loro modelli sono stati addestrati su dati e output sottratti illegalmente a società statunitensi. Il giorno prima, Axios aveva già riportato che l’amministrazione Trump stava valutando misure ancora più drastiche: un blocco totale all’adozione dei modelli open-weight cinesi da parte di aziende americane.
La scintilla è Kimi K3, rilasciato il 16 luglio da Moonshot AI. Con 2,8 trilioni di parametri, è il primo modello open-weight nella classe dei 3 trilioni mai reso pubblicamente disponibile. Secondo i benchmark di AI Arena, supera il modello di punta di OpenAI e il Fable 5 di Anthropic in alcuni task di coding, pur costando circa un terzo in meno. La sua uscita ha mosso i mercati americani. Non è un caso isolato: su OpenRouter, la piattaforma dove gli sviluppatori accedono a centinaia di sistemi AI in competizione, i modelli cinesi occupano stabilmente i primi cinque posti per utilizzo settimanale di token. Tutti open-weight, tutti di lab come Tencent, Xiaomi, DeepSeek, MiniMax e Z.ai.
La risposta dell’industria non si è fatta attendere. Mercoledì, la neonata Little Tech Association ha inviato lettere a Trump, al Segretario al Commercio Howard Lutnick e ad altri esponenti dell’amministrazione. Il gruppo, che conta quasi 200 startup finanziate da venture capital — tra cui Proton, Replit e Y Combinator — chiede di non vietare l’accesso ai modelli open-weight cinesi. L’argomento è diretto: un divieto alzerebbe i costi operativi delle piccole aziende, ridurrebbe la concorrenza e consoliderebbe il potere di mercato di un pugno di grandi player americani già dominanti. Il direttore esecutivo Harry Godfrey ha invocato “un bisturi, non un martello” nella gestione della questione.
Il nodo vero è strutturale. I modelli open-weight, per definizione, rendono pubblici i parametri di addestramento: chiunque può scaricarli, modificarli ed eseguirli sulla propria infrastruttura. Un divieto formale sarebbe difficile da applicare e facile da aggirare. Come ha detto una fonte vicina al governo citata da Axios, quello che si sta costruendo è qualcosa di “più lento e più duraturo”: regole di procurement federale, avvisi di cybersicurezza firmati dall’NSA, obblighi di liability per le aziende che ospitano modelli stranieri. Una pressione silenziosa che non richiede un decreto esplicito. Nel frattempo, il Dipartimento del Commercio non aveva ancora abbozzato piani concreti per aggiungere lab cinesi all’Entity List, almeno fino a mercoledì.
La frattura dentro l’industria americana è evidente. Anthropic spinge da tempo per restrizioni più severe sui modelli cinesi, invocando ragioni di sicurezza nazionale. Le startup, al contrario, vedono in quei modelli un’ancora di salvezza economica: performance comparabili ai sistemi chiusi di OpenAI e Anthropic, a costi sensibilmente inferiori. Tagliare quell’accesso significa, nei fatti, consegnare il mercato ai big già affermati. La posta in gioco, alla fine, non è solo geopolitica. È chi potrà permettersi di costruire la prossima generazione di aziende AI, e se quel campo resterà aperto o diventerà territorio di pochi.