Mentre nazioni come gli Emirati Arabi Uniti e Singapore corrono verso una digitalizzazione integrale, l’Italia mostra un passo decisamente più lento. Secondo i dati del Global AI Adoption in 2025 di Microsoft, nella seconda metà dell’anno l’adozione dell’intelligenza artificiale generativa tra la popolazione italiana in età lavorativa ha raggiunto solo il 27,8%. Sebbene si registri una crescita di 2 punti percentuali rispetto al primo semestre (25,8%), il Paese si posiziona al 26° posto nella classifica delle principali economie monitorate, permanento verso il fondo del gruppo dei paesi ad alto reddito.
Il confronto con i partner europei e globali è impietoso. L’Italia è lontanissima anche da “cugini” europei come la Francia (44,0%), la Spagna (41,8%), l’Irlanda (44%) e la Norvegia (46,4%) che si confermano tra i primi sei paesi al mondo per diffusione.

Sotto all’Italia si trovano solo, tra i Paesi ad alto reddito, Bulgaria, Finlandia, Giordania e Costa Rica.
In generale successo nell’adozione dell’IA non dipende solo dalla disponibilità tecnica, ma da tre fattori chiave che sembrano mancare o essere meno efficaci nel contesto italiano rispetto ai leader: investimenti infrastrutturali (realizzati per tempo), formazione e pragmatismo normativo.
Così, pur trovandosi in una posizione mediana a livello globale (su 147 Paesi in tutto, è 26esima), ma risulta tra i fanalini di coda delle economie avanzate. Senza un cambio di passo nelle politiche nazionali e una maggiore integrazione dell’IA nei servizi al cittadino, il rischio è che il divario con i vicini europei diventi strutturale e difficilmente colmabile.














