Sam Altman non ha girato intorno al problema. Intervistato da Time, il CEO di OpenAI ha detto senza mezzi termini: “Clearly, people hate data centers — right now, at least.” E poi, come se non bastasse: “People are pretty negative on AI.” Parole che suonano quasi paradossali per chi sta guidando un’azienda che prevede di spendere 50 miliardi di dollari solo quest’anno in infrastrutture di calcolo.
Il contesto è quello di un’opposizione pubblica che ha smesso di essere marginale. Almeno 48 progetti che rappresentano 156 miliardi di dollari di investimenti sono stati bloccati o rallentati dalla resistenza locale. I governi locali hanno proposto più di 120 moratorie sullo sviluppo di data center in 38 stati americani, stando ai dati di luglio scorso. La Pennsylvania ha fatto un passo ulteriore: il governatore Josh Shapiro ha firmato un ordine esecutivo che impone nuovi requisiti ambientali e di impatto energetico sui data center, rimuovendoli contestualmente da un programma di approvazione accelerata. In Texas, il governatore Greg Abbott ha ordinato ai regolatori di esaminare i data center prima di consentire nuovi allacci alla rete elettrica.
Il malcontento attraversa trasversalmente l’elettorato. Un sondaggio Fox News indica che la maggioranza dei votanti registrati si oppone ai data center, compreso il 60% dei Repubblicani e il 53% di chi si identifica con il movimento MAGA — nonostante il presidente Trump li definisca una “golden goose” per l’economia locale. Un sondaggio del Pew Research Center rivela che tra gli americani che dichiarano di sapere cosa sono i data center, il 67% ritiene che abbiano effetti negativi sui costi energetici delle famiglie. I motivi del rifiuto sono concreti: impatto sulle riserve idriche, aumento del costo della vita, emissioni. I dati sono chiari. I data center di grandi dimensioni possono richiedere fino a cinque milioni di galloni d’acqua al giorno, equivalenti al fabbisogno di una città da 50.000 abitanti.
La settimana precedente all’uscita dell’intervista su Time, OpenAI aveva perso il suo responsabile delle infrastrutture: Chris Malone, capo dei data center, ha lasciato l’azienda. OpenAI ha dichiarato di aver “recentemente riorganizzato” il team infrastrutturale. Una coincidenza di tempistica che non è passata inosservata. Nel frattempo, Altman porta il peso anche di episodi personali: ad aprile un aggressore ha lanciato un molotov contro la sua casa di San Francisco, poi colpita da colpi d’arma da fuoco. Il movimento PauseAI, che chiede più controllo sull’intelligenza artificiale, ha rivendicato connessioni con almeno uno degli episodi.
Sul fronte opposto, miliardari del settore tech — tra cui Marc Andreessen, Ben Horowitz e Greg Brockman di OpenAI — stanno finanziando campagne pubblicitarie per riabilitare l’immagine dei data center. Il super PAC Leading the Future, con 100 milioni di dollari di dotazione, è tra i principali promotori di questa operazione. Ma ribaltare un sentiment così radicato richiede più degli spot. Altman lo sa. Ha già provato a costruire un’analogia con il nucleare: capisce emotivamente, ha detto, perché nessuno vuole un data center sotto casa, “in the same way that I don’t really want a nuclear power plant next to my house.” La metafora è onesta. È anche indicativa di quanto la distanza tra chi costruisce queste infrastrutture e chi le subisce sia diventata difficile da colmare.