Ogni pochi mesi torna a circolare un valore che ci avvertirebbe di siamo vicini alla “resa dei conti” dei mercati azionari americani. Questa volta il numero è il CAPE ratio, e il livello a cui si trova oggi non è mai stato così alto se non una volta sola, nel dicembre 1999, poco prima dello scoppio della bolla dot-com.
Il CAPE (Cyclically Adjusted Price-to-Earnings) è l’indicatore messo a punto dal premio Nobel Robert Shiller: confronta il prezzo delle azioni con la media degli utili degli ultimi dieci anni, depurata dall’inflazione, per evitare che un singolo anno straordinario o disastroso distorca il quadro. Secondo il columnist del Telegraph Russ Mould, oggi l’S&P 500 tratta a circa 41 volte questa media, contro una media storica di lungo periodo di poco superiore a 17. In pratica, chi compra azioni americane oggi paga 41 dollari per ogni dollaro di utile medio annuo prodotto dall’indice nell’ultimo decennio.
Il paragone che circola con più insistenza è quello con il 1929: il giorno del crollo che aprì la Grande Depressione, il CAPE era a 32,5, quasi nove punti sotto il livello attuale. Detto altrimenti, sulla carta le azioni USA sono oggi più “care” rispetto ai propri utili di quanto lo fossero alla vigilia di uno dei crolli più violenti della storia finanziaria moderna.
Va detto con chiarezza: il CAPE non è un cronometro. Ha un discreto potere predittivo sui rendimenti a dieci anni, non sul momento esatto di un’eventuale correzione, e mercati sopravvalutati possono restare tali per anni prima che succeda qualcosa. Chi ha provato a fare timing basandosi solo su questo indicatore negli ultimi cicli ha spesso perso rendimento, non guadagnato protezione.
Quello che rende il dibattito più acceso stavolta è il settore che sostiene le valutazioni, che è ovviamente l’intelligenza artificiale. Buona parte del rialzo di Wall Street degli ultimi anni si regge sulla scommessa che l’AI generi guadagni di produttività su scala economica, non solo aziendale. È la stessa dinamica vista con internet a fine anni ’90 e, prima ancora, con l’elettrificazione industriale: tecnologie che alla fine hanno effettivamente cambiato l’economia, ma solo dopo una fase in cui il mercato ha pagato in anticipo profitti che sarebbero arrivati, forse, molto più tardi.
A pesare sul confronto internazionale c’è anche il divario di valutazione: l’indice MSCI USA si trova al 94° percentile storico delle proprie valutazioni, mentre l’MSCI Europe è “solo” al 66°. Le azioni americane, insomma, non sono care in assoluto: sono care soprattutto rispetto al resto del mondo, Regno Unito ed Europa compresi.
Nessuno di questi numeri dice che un crollo arriverà domani, né quanto sarà profondo se arriverà. I valori suggeriscono però che il margine di errore per chi scommette sull’AI si sta assottigliando: più le valutazioni salgono, più gli utili futuri devono essere straordinari per giustificarle.














