Microsoft e OpenAI hanno ufficialmente chiuso l’era dell’esclusiva. L’accordo annunciato ad aprile 2026 ridisegna una delle alleanze più importanti nella storia recente della tecnologia: i modelli di OpenAI possono ora girare su AWS, Google Cloud e qualsiasi altro cloud, non più solo su Azure.
I dettagli dell’intesa sono concreti. Microsoft smette di pagare royalties a OpenAI per i prodotti rivenduti su Azure — e tiene per sé tutti i ricavi. OpenAI, dal canto suo, continua a versare una quota dei propri ricavi a Microsoft fino al 2030, ma quella quota ha ora un tetto massimo e non è più legata ai traguardi tecnologici dell’azienda, incluso il raggiungimento dell’intelligenza artificiale generale. Microsoft mantiene la licenza sulle tecnologie e sui modelli di OpenAI fino al 2032, ma quella licenza è diventata non esclusiva. La partita è cambiata.
La rottura formale dell’esclusiva era nell’aria da mesi. A marzo 2026, Microsoft aveva valutato di fare causa ad Amazon e OpenAI dopo che quest’ultima aveva firmato un accordo da 50 miliardi di dollari con AWS — un’operazione che avrebbe violato i termini dell’accordo originale. Le trattative che ne sono seguite hanno prodotto questa rinegoziazione. In parallelo, OpenAI aveva già avviato a ottobre 2025 la conversione della propria struttura societaria in una Public Benefit Corporation, ottenendo da Microsoft il via libera in cambio di una quota azionaria valutata circa 135 miliardi di dollari, pari al 27% del capitale diluito. Anche il progetto Stargate — infrastruttura da 500 miliardi con SoftBank, Oracle e altri partner — aveva già segnalato che OpenAI stava costruendo una base computazionale propria, indipendente da Azure.
Per OpenAI, il guadagno è la libertà commerciale. I clienti enterprise che operano su AWS o Google Cloud potevano fino ad oggi integrare i modelli di OpenAI solo passando per Azure. Quell’ostacolo è caduto. Come ha osservato Gil Luria, analista di D.A. Davidson, i clienti di AWS e Google Cloud potranno ora considerare OpenAI accanto ad Anthropic, che su quei cloud era già disponibile. Non è un dettaglio: OpenAI punta a una crescita dei ricavi che la porterebbe a 12,7 miliardi di dollari nel 2026, con un deficit mensile di cassa che sfiora 1,3 miliardi. Sbloccare il mercato enterprise è una necessità, non una scelta strategica astratta.
Per Microsoft il quadro è meno lineare. L’azienda di Redmond incassa più ricavi da Azure senza dover girarne una parte a OpenAI, mantiene i diritti di accesso prioritario alle nuove tecnologie e rafforza la propria posizione sul piano antitrust — le autorità regolatorie in Europa, nel Regno Unito e negli Stati Uniti monitoravano l’accordo esclusivo come possibile vantaggio sleale nel mercato cloud. Al tempo stesso, Microsoft ha già avviato lo sviluppo di modelli AI interni e ha integrato nelle proprie offerte modelli di Anthropic: il distacco da OpenAI è anche un diversificare la catena di fornitura tecnologica.
Quello che emerge da questa vicenda è un modello ormai in via di superamento. L’accordo Microsoft-OpenAI era diventato il template per le partnership tra hyperscaler e startup AI: cloud esclusivo, revenue share, accesso privilegiato alla proprietà intellettuale. Google ha replicato lo schema con Anthropic. Amazon lo ha fatto a modo suo. OpenAI era cresciuta abbastanza da poterlo rinegoziare. La maggior parte delle startup AI non avrà mai quella leva. Per loro, i vincoli con i grandi cloud rischiano di restare permanenti — o di sciogliersi a condizioni molto meno favorevoli di quelle ottenute da Sam Altman.














