C’è una rivoluzione in corso, e l’Italia rischia di perderla. È questo il messaggio al cuore delle Considerazioni Finali pronunciate stamane dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, nel Salone di Palazzo Koch a Roma. Un discorso che, come da tradizione, è molto più di un bilancio economico, ma un’analisi del futuro del paese. E quest’anno, più che mai, quel futuro passa dall’intelligenza artificiale.
Panetta ha rilevato che la quota di aziende italiane che fa ricorso all’AI è cresciuta fino al 30%, ma appena il 5% ne fa un uso intensivo, con l’impiego perlopiù confinato ad applicazioni semplici che aumentano la produttività individuale senza trasformare in profondità i processi aziendali. Un ritardo che non è solo tecnologico, ma strutturale, culturale, e potenzialmente irreversibile.
Il nodo centrale, secondo Panetta, è che l’Italia non può permettersi di stare a guardare. Un’adozione diffusa dell’AI potrebbe far crescere la produttività del lavoro di un punto percentuale in media ogni anno, una cifra capace di guarire uno dei mali cronici del paese e di aiutarlo a fronteggiare persino il calo demografico. Per raggiungerla, però, il mercato da solo non basta. Il governatore ha avvertito che stimolare l’impiego dell’AI richiede coordinamento e continuità: “Non servono ingenti risorse pubbliche, ma una strategia coerente e sostenuta nel tempo, che offra alle imprese un quadro stabile entro cui investire.”
L’obiettivo è favorire l’adozione soprattutto nelle piccole e medie imprese, le più esposte agli alti costi iniziali e le meno attrezzate per affrontarli da sole. Un rischio concreto, quello del ritardo italiano, che Panetta ha reso ancora più esplicito evocando il decennio perduto degli anni novanta, quando l’Italia mancò il treno della rivoluzione digitale.
Ma il governatore ha tenuto a bilanciare l’entusiasmo con un avvertimento di peso. L’AI è sì una sfida decisiva, ma “la rivoluzione tecnologica non produrrà spontaneamente benessere condiviso: deve essere governata e lo sviluppo dell’AI deve restare al servizio della persona e della società, non della concentrazione del potere tecnologico.” I lavoratori più esposti al cambiamento vanno tutelati e accompagnati nella riqualificazione delle competenze, affinché i guadagni di produttività si traducano non solo in maggiore efficienza, ma anche in nuove opportunità e in una più ampia partecipazione ai frutti dell’innovazione. Il criterio ultimo, ha concluso Panetta, sarà uno solo: la capacità del sistema di offrire un futuro ai giovani. Senza di loro, nessuna rivoluzione tecnologica potrà davvero dirsi riuscita

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