Secondo Mark Zuckerberg gli USA non dovrebbero bloccare l’accesso ai modelli AI sviluppati in Cina

La posizione di Zuckerberg si inserisce in un contesto di crescente tensione tra Stati Uniti e Cina sull’uso e la regolamentazione dell’AI

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Secondo Mark Zuckerberg gli USA non dovrebbero bloccare l’accesso ai modelli AI sviluppati in Cina

Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore delegato di Meta, ha lanciato un monito chiaro agli Stati Uniti. In un’intervista rilasciata al Financial Times e ripresa da più testate internazionali, il numero uno del social network più grande del mondo ha sostenuto che bloccare l’accesso ai modelli di intelligenza artificiale sviluppati in Cina sarebbe un errore strategico. Una presa di posizione che arriva in un momento di massima tensione tra Washington e Pechino, dove la corsa all’innovazione tecnologica si intreccia con questioni di sicurezza nazionale e supremacy globale.

Zuckerberg ha sottolineato come la collaborazione tra Stati Uniti e Cina nel campo dell’AI non sia solo auspicabile, ma necessaria per evitare una frammentazione del settore che rischierebbe di rallentare il progresso. «Il mondo ha bisogno di modelli di AI aperti e accessibili», ha dichiarato secondo quanto riportato dal FT, aggiungendo che un approccio protezionistico potrebbe avere ripercussioni negative non solo per le aziende, ma per l’intera comunità scientifica. Una posizione che stride con le politiche adottate recentemente da diversi governi, Stati Uniti in testa, che stanno imponendo restrizioni sempre più rigide sull’export di tecnologie avanzate verso la Cina.

La dichiarazione di Zuckerberg si inserisce in un quadro internazionale sempre più complesso. Negli ultimi mesi, la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina ha assunto una nuova dimensione, quella tecnologica. Washington ha più volte accusato Pechino di utilizzare l’AI per scopi militari e di spionaggio, arrivando a imporre sanzioni e restrizioni sull’export di chip avanzati, fondamentali per lo sviluppo di sistemi AI di ultima generazione. D’altro canto, la Cina ha risposto con misure simili, limitando l’accesso a piattaforme straniere e promuovendo lo sviluppo di modelli autoctoni.

Secondo analisti come Jeffrey Ding, esperto di politica tecnologica alla George Washington University, «l’AI sta diventando il nuovo campo di battaglia della geopolitica globale». Ding, intervistato dal South China Morning Post, ha spiegato che la corsa all’innovazione rischia di trasformarsi in una guerra fredda tecnologica, dove la cooperazione diventa sempre più difficile. «Le restrizioni attuali potrebbero portare a una divisione del mercato dell’AI in due blocchi separati, uno dominato dagli Stati Uniti e l’Europa, l’altro dalla Cina. Questo non farebbe che rallentare il progresso e aumentare i costi per tutti».

La posizione di Zuckerberg assume un peso ancora maggiore se si considera il recente braccio di ferro tra Meta e il governo cinese. A fine aprile 2026, Pechino ha bloccato l’acquisizione di Manus, una startup statunitense specializzata nello sviluppo di modelli avanzati di AI, per un valore di oltre due miliardi di dollari. Secondo fonti vicine al governo cinese, la decisione sarebbe stata presa per presunte violazioni delle norme sugli investimenti esteri, anche se Meta ha negato ogni addebito.

L’episodio ha scatenato un dibattito più ampio sulla dipendenza delle aziende occidentali dal mercato cinese. Manus, infatti, rappresentava per Meta un passo fondamentale per rafforzare la propria posizione nel settore dell’AI generativa, già dominato da colossi come Google e Microsoft. La Cina, dal canto suo, ha giustificato il blocco come una misura necessaria per proteggere la propria sovranità tecnologica. «Non possiamo permettere che tecnologie strategiche finiscano sotto il controllo di aziende straniere», ha dichiarato un funzionario del Ministero dell’Industria e dell’Informazione cinese, che ha chiesto di rimanere anonimo.

Il conflitto tra Stati Uniti e Cina sta avendo ripercussioni anche in Europa, dove molti paesi stanno cercando di ridurre la dipendenza dalle tecnologie statunitensi e cinesi. Secondo un rapporto pubblicato a giugno 2026 dalla società di consulenza McKinsey & Companyil 60% delle aziende europee nel settore tech sta diversificando i propri fornitori di AI, optando per soluzioni ibride che mixano modelli statunitensi, cinesi ed europei.

«L’Europa rischia di rimanere indietro se non riesce a trovare un equilibrio tra sicurezza e innovazione», ha spiegato Maria Fernandez, analista presso l’European Policy Centre. «Da un lato, non possiamo permetterci di essere troppo dipendenti dalla Cina o dagli Stati Uniti. Dall’altro, dobbiamo evitare di isolarci in un mercato globale sempre più competitivo». Fernandez ha sottolineato come l’Unione Europea stia lavorando a una strategia comune per l’AI, ma i progressi sono lenti e spesso frenati da divergenze interne tra gli stati membri.

La domanda che in molti si pongono è: il mondo è destinato a una divisione permanente nel campo dell’AI, con due blocchi tecnologici contrapposti? Zuckerberg sembra credere di no. Secondo quanto riportato dal Financial Times, il CEO di Meta ha invitato i governi a evitare misure troppo restrittive, sostenendo che la collaborazione internazionale sia l’unico modo per affrontare le sfide globali, dalla salute pubblica ai cambiamenti climatici.

«L’AI non è un’arma, ma uno strumento», ha dichiarato Zuckerberg. «Se ci chiudiamo in compartimenti stagni, perderemo tutti. Dobbiamo lavorare insieme, condividere conoscenze e promuovere standard aperti». Una posizione che, però, rischia di scontrarsi con la realtà geopolitica attuale, dove la diffidenza reciproca sembra prevalere sulla collaborazione.

La dichiarazione di Zuckerberg ha già scatenato un vivace dibattito tra gli addetti ai lavori. Demis Hassabis, CEO di DeepMind (Google), ha dichiarato che «la cooperazione tra Stati Uniti e Cina nel campo dell’AI è fondamentale per affrontare sfide come la lotta alle pandemie o la scoperta di nuovi farmaci». D’altro canto, Elon Musk, che pure ha più volte espresso preoccupazioni sull’AI, ha twittato che «senza regole chiare, il rischio di un uso improprio dell’AI è troppo alto per permettere una collaborazione acritica».

Anche in Cina le reazioni non sono mancate. Wang Huiyao, presidente del Center for China and Globalization, ha dichiarato che «la Cina è aperta alla collaborazione con l’Occidente, ma solo se questa avviene su basi di parità e rispetto reciproco». Una posizione che, secondo molti osservatori, potrebbe aprire spiragli per un dialogo futuro, ma che al momento sembra ancora lontana dalla realtà.

Il monito di Zuckerberg arriva in un momento cruciale per il futuro dell’AI. Da una parte, c’è la tentazione di chiudersi in blocchi nazionali o regionali, per proteggere interessi economici e strategici. Dall’altra, c’è la consapevolezza che solo la collaborazione può garantire un progresso sostenibile e inclusivo.

Quello che è certo è che la scelta che faranno Stati Uniti, Cina ed Europa nei prossimi mesi determinerà non solo il futuro dell’AI, ma anche l’equilibrio geopolitico globale. Se la frammentazione prevarrà, il rischio è quello di un mondo sempre più diviso, dove la tecnologia diventa uno strumento di contrapposizione invece che di crescita condivisa.

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