La Cina aumenta i controlli sulle esportazioni di indio: è un metallo cruciale per produrre chip ad alta velocità

Pechino produce quasi il 70% della fornitura mondiale di indio

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La Cina aumenta i controlli sulle esportazioni di indio: è un metallo cruciale per produrre chip ad alta velocità

C’è un metallo di cui probabilmente non avete mai sentito parlare che rischia di diventare uno dei nodi più delicati della corsa globale all’intelligenza artificiale. Si chiama indio, è un sottoprodotto della lavorazione dello zinco, e la Cina ne produce quasi il 70% della fornitura mondiale.

Pechino ha recentemente intensificato i controlli doganali sulle sue esportazioni, generando preoccupazione tra gli acquirenti internazionali che il metallo possa essere presto inserito nel regime di controllo alle esportazioni, già utilizzato da Pechino come leva commerciale strategica. L’indio non serve solo per gli schermi o le saldature, ma è soprattutto la materia prima del fosfuro di indio, un composto semiconduttore usato per produrre chip ottici ad alta velocità, quelli che connettono le GPU all’interno dei cluster AI e permettono ai data center di funzionare con efficienza e bassa latenza. Il fosfuro di indio era già finito su una lista di controllo alle esportazioni cinesi nel febbraio del 2025, ma ora il giro di vite si sta estendendo al metallo grezzo, con nuovi obblighi di rendicontazione imposti dagli uffici doganali cinesi agli acquirenti stranieri.

La questione è abbastanza seria da aver spinto i vertici dell’industria a intervenire ai massimi livelli diplomatici. Il CEO di Coherent, produttrice di chip sostenuta da Nvidia, si è recato a Pechino insieme al presidente Trump a maggio per sollevare direttamente il problema con il governo cinese. Coherent è uno dei principali produttori mondiali di chip a fosfuro di indio e nell’ultimo trimestre fiscale 2026 ha riportato ricavi di 1,8 miliardi di dollari e si trova nel mezzo di una grande espansione produttiva, con l’obiettivo di più che raddoppiare la capacità interna entro la fine del 2027. Piani ambiziosi che rischiano di scontrarsi con una catena di fornitura sempre più fragile. I wafer da 6 pollici in fosfuro di indio hanno già raggiunto prezzi intorno ai 5.000 dollari l’uno, con i tempi di consegna dei moduli ottici che si allungano da settimane a mesi.

Sul fronte statunitense, la consapevolezza della vulnerabilità strategica è ormai esplicita. La Defense Logistics Agency, un’agenzia del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti che si occupa della logistica e degli approvvigionamenti militari, ha pubblicato una richiesta di offerte per costituire riserve strategiche fino a 403 tonnellate di indio nell’arco di tre anni. Un segnale che Washington considera lo scenario di un blocco cinese non solo possibile, ma imminente. Diversi acquirenti nordamericani hanno dichiarato a Reuters di sospettare che i nuovi obblighi di rendicontazione doganale imposti dalla Cina siano “un preludio a restrizioni o divieti totali all’esportazione“.

La guerra tecnologica tra le due superpotenze si combatte ormai anche su materie prime che fino a ieri sembravano irrilevanti. Dopo i chip, le GPU e i modelli linguistici, il futuro dell’AI potrebbe dipendere anche da un metallo semisconosciuto estratto come scarto dalle fonderie di zinco cinesi.


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