C’è un nuovo settore in rapida crescita nell’ecosistema delle piattaforme di affitti brevi: quello delle aziende tecnologiche che vendono chatbot basati sull’intelligenza artificiale agli host di Airbnb, per rispondere agli ospiti al loro posto. Un mercato silenzioso, poco pubblicizzato verso gli utenti finali, ma già popolato da diversi player consolidati. A portarlo alla luce è un’inchiesta di 404 Media, scattata a partire da un episodio tanto banale quanto rivelatore.
I temi trattati all’interno dell’articolo
Una ricetta per il french toast
Tutto è cominciato con uno screenshot pubblicato da Hannah Ahn, responsabile design e media della società tech Superpower, che ha innescato un dibattito sulla trasparenza nell’uso dell’AI nelle comunicazioni tra host e ospiti.
Nella chat, un ospite in procinto di soggiornare con amici in una grande proprietà nei pressi di New York si è accorto di stare comunicando con un’intelligenza artificiale invece che con i veri host, di nome Alexis e Peter. Così ha deciso di mettere alla prova il sistema: ha scritto una classica istruzione di “prompt injection”, chiedendo al chatbot di ignorare le istruzioni precedenti e di fornire invece una ricetta per preparare un buon french toast. Il bot ha risposto con entusiasmo, condividendo la ricetta e aggiungendo persino un dettaglio contestuale, “avrai a disposizione due grandi cucine“, prima di tornare a parlare, nella stessa risposta, di una questione pratica legata alla prenotazione.
La prova inequivocabile che non era umano.
Host sospeso, ma AI consentita
Interpellata da 404 Media, Airbnb ha precisato che l’host in questione è stato recentemente sospeso per non aver rispettato gli standard della piattaforma. La società non ha specificato se la questione riguardasse però l’uso dell’AI o altri problemi legati alla qualità dell’annuncio. Ha però ammesso una policy: l’utilizzo di strumenti AI per rispondere agli ospiti non è di per sé vietato. L’azienda ha spiegato che gli host possono utilizzare strumenti di terze parti per supportare le risposte al di fuori dei loro orari di disponibilità, a condizione che si tratti di partner software approvati.
La posizione ufficiale della piattaforma è che questi strumenti dovrebbero affiancare (non sostituire) la comunicazione umana, e che le risposte devono comunque essere accurate, pertinenti e conformi alle policy aziendali.
Un mercato già strutturato
La ricerca di 404 Media ha rivelato che l’uso di AI nelle comunicazioni con gli ospiti è tutt’altro che un fenomeno isolato. Esistono già diverse aziende che offrono questo tipo di servizio in modo esplicito e strutturato. HostBuddy AI, per esempio, si presenta come lo strumento leader nel settore, definendosi “creato dagli host, per gli host“, è capace di gestire domande, risolvere problemi e scalare le segnalazioni per conto dei proprietari. Guesty propone ReplyAI, prodotto che non solo risponde automaticamente agli ospiti ma analizza anche il sentiment dei messaggi in arr ivo, permettendo agli host di “captare l’umore e il tono” delle richieste prima ancora di intervenire. OwnerRex offre Rezzy AI, descritto come un sistema capace di leggere ogni messaggio in entrata su Airbnb, Vrbo, SMS e altri canali, intervenendo istantaneamente.
Hostaway, un’altra società del settore, stima che oltre il 70% dei gestori di affitti brevi abbia già integrato l’AI in qualche forma. Un dato che, se confermato, restituisce l’immagine di una trasformazione consolidata.
Il nodo della trasparenza
Uno degli aspetti più delicati riguarda proprio la trasparenza verso gli ospiti. Nel caso di Guesty, durante l’attivazione di ReplyAI compare un avviso che chiede all’host di acconsentire alla condivisione dei dati con terze parti. Ma nessuno sembra aver pensato a chiedere il consenso agli ospiti, che si trovano a interagire con un’AI senza saperlo.
Le reazioni degli utenti, almeno quelle emerse sui social e su Reddit, vanno dal perplesso all’arrabbiato. Un ospite ha raccontato di aver cancellato una prenotazione dopo che l’host aveva dichiarato esplicitamente di usare un chatbot AI per tutte le comunicazioni, riservandosi il diritto di correggere eventuali errori del sistema. Il punto è proprio che la comunicazione diretta con il proprietario fa parte del senso stesso di un soggiorno su Airbnb, e delegarla a un bot snatura l’esperienza.
Il paradosso della “connessione umana”
L’ironia di fondo in tutta questa vicenda è che il CEO di Airbnb Brian Chesky ha dichiarato pubblicamente che la piattaforma è nata per combattere la solitudine e favorire la connessione umana attraverso il viaggio: “Le persone sono sempre più sole, sempre più divise, e noi crediamo che il viaggio e la connessione umana siano l’antidoto“. Eppure, mentre l’azienda promuove questo messaggio, una fetta crescente degli host sta delegando proprio quel contatto umano a sistemi automatizzati. E la stessa Airbnb, va aggiunto, ha ammesso di utilizzare l’AI per gestire circa un terzo delle richieste al proprio servizio clienti negli Stati Uniti e in Canada.

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