DENTRO L’ALGORITMO – La politica entra a gamba tesa nell’intelligenza artificiale

Per anni abbiamo osservato la rivoluzione AI concentrandoci quasi esclusivamente sulla tecnologia, ma ora bisogna cambiare punto di vista
DENTRO L’ALGORITMO – La politica entra a gamba tesa nell’intelligenza artificiale

di Raffaele Gaito

C’è una sensazione che mi accompagna da qualche mese e che gli ultimi avvenimenti hanno reso sempre più evidente: siamo entrati in una nuova fase dell’intelligenza artificiale.

Per anni abbiamo osservato questa rivoluzione concentrandoci quasi esclusivamente sulla tecnologia: modelli sempre più potenti, benchmark, startup, investimenti, nuovi prodotti.

Oggi, invece, mi sembra chiaro che il vero terreno di gioco si stia spostando altrove. L’intelligenza artificiale è diventata infatti sempre più una questione politica e, secondo me, siamo arrivati a un punto di non ritorno. Un tema, questo, che merita una considerevole attenzione, come ho spiegato in uno dei video più recenti pubblicati sul mio canale YouTube.

Il segnale non è il singolo avvenimento, ma il trend degli ultimi tempi, che ha visto un susseguirsi di diversi episodi: modelli sottoposti a processi di approvazione governativa prima del rilascio (negli Stati uniti), restrizioni sempre più marcate nello scambio di tecnologie tra Stati Uniti e Cina (da entrambe le parti), fino alla proposta di Sam Altman di aprire il capitale di OpenAI al governo americano.

Potremmo discutere per ore di ciascun caso, ma credo che sarebbe un errore, in quanto il punto è la direzione che stanno indicando.

Quando eventi apparentemente diversi iniziano a raccontare la stessa storia, elemento che probabilmente mostra come il cambiamento sia già iniziato.

Le rivoluzioni tecnologiche non rimangono mai soltanto tecnologiche

Questa evoluzione, in realtà, non mi sorprende. Ho sempre pensato infatti che le grandi rivoluzioni tecnologiche smettano molto presto di essere soltanto tecnologiche, ma diventino economiche, sociali, finanziarie e politiche. Nei casi più estremi persino geopolitiche e militari.

L’intelligenza artificiale sta semplicemente seguendo lo stesso percorso, ma con una velocità che non avevamo mai visto prima.

Quando una tecnologia diventa così potente da influenzare la competitività di un Paese, la sicurezza nazionale o la produttività di interi settori industriali, è inevitabile che i governi decidano di intervenire. La questione è infatti diventata di potere, non più soltanto di innovazione.

Il cambio di paradigma

Il messaggio era molto diverso se ripenso a poco più di un anno fa, quando sembrava quasi che la creazione di nuove tecnologie basate sull’AI fosse una corsa senza regole: innovare il più rapidamente possibile, rilasciare nuovi modelli, conquistare quote di mercato. Oggi il quadro è cambiato radicalmente: i governi vogliono sapere cosa viene sviluppato, quando viene rilasciato, chi può utilizzarlo e con quali garanzie.

Siamo davanti a un cambio di paradigma enorme, ed è proprio questo che mi colpisce di più.

Una volta che uno Stato entra così direttamente nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, infatti, difficilmente farà un passo indietro, anzi: è probabile che il suo ruolo diventi sempre più centrale.

Le domande che dovremmo iniziare a porci

Questa nuova fase apre interrogativi enormi. Se un governo entra nel capitale di un’azienda che sviluppa modelli di frontiera, quali sono le conseguenze per gli altri operatori? Come verranno prese le decisioni sui prossimi rilasci? Chi avrà accesso per primo alle tecnologie più avanzate e con quali criteri? E soprattutto: dove finisce il mercato e dove comincia l’interesse strategico di uno Stato?

Io non ho risposte definitive, ma credo che queste siano le domande giuste che chi utilizza l’AI deve iniziare a porsi, perché, da oggi in poi, influenzeranno sempre di più l’evoluzione dell’intero settore.

La questione riguarda tutti noi

Spesso il dibattito sull’intelligenza artificiale si concentra sugli aspetti etici, filosofici o normativi, che sicuramente sono temi fondamentali, ma c’è un livello ancora più concreto che riguarda chi questi strumenti li utilizza ogni giorno, soprattutto per lavoro. Penso ai manager, agli imprenditori, ai professionisti, alle aziende.

Quali sono le conseguenze se un modello arriva sul mercato mesi dopo rispetto a quanto previsto? Che cosa succede se alcune organizzazioni ottengono un accesso privilegiato rispetto ad altre? Come cambia il vantaggio competitivo se le tecnologie vengono distribuite secondo logiche sempre meno commerciali e sempre più strategiche?

Queste non sono domande teoriche, ma domande di business, in quanto la disponibilità di un modello, i tempi del suo rilascio o le eventuali limitazioni geografiche possono incidere direttamente sulla capacità di un’azienda di innovare prima dei concorrenti.

Osservare il contesto, non solo gli algoritmi

Per questo considero quello che sta succedendo un punto di non ritorno, che cambierà il contesto in cui gli algoritmi nasceranno, verranno distribuiti e potranno essere utilizzati, non il modo in cui vengono costruiti.

Da oggi in avanti, capire l’intelligenza artificiale significherà sempre meno limitarsi a confrontare modelli e prestazioni e sempre più osservare anche gli equilibri politici, economici e geopolitici che stanno ridisegnando questo mercato.

Nel prossimo futuro, infatti, a fare la differenza potrebbe non essere il modello migliore, ma quello che, semplicemente, sarà possibile utilizzare.

L'importanza delle domande per uscire dal paradosso della produttività

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