Da domenica 2 agosto, chi usa un chatbot, guarda un video generato da un algoritmo o ascolta una voce sintetica saprà finalmente di avere a che fare con una macchina. Non sarà più possibile nascondersi dietro un’interfaccia artificiale senza avvisare l’utente. È questa la rivoluzione introdotta dal nuovo regolamento europeo sull’AI, che impone obblighi di trasparenza senza precedenti per sviluppatori, aziende e semplici utenti. Una svolta che mira a proteggere i cittadini da frodi, manipolazioni e abusi, ma che solleva anche interrogativi su come questa normativa verrà applicata nella pratica.
Il cuore della nuova normativa europea, che si affianca all’AI Act già approvato, è la trasparenza obbligatoria. Secondo le linee guida della Commissione Europea, chiunque utilizzi sistemi di intelligenza artificiale per interagire con le persone—che si tratti di un chatbot, di un generatore di immagini o di un deepfake—dovrà informare in modo chiaro e inequivocabile l’utente. Non basteranno più avvisi generici o scritte nascoste in fondo a un sito web. Il messaggio dovrà essere immediato e comprensibile, quasi come un cartello che segnala l’ingresso in una zona sorvegliata.
La normativa si applica a tutti i sistemi di AI che interagiscono direttamente con le persone, inclusi i chatbot utilizzati nei servizi clienti, i generatori di testi, le piattaforme che creano immagini o video sintetici e i sistemi di riconoscimento vocale. Anche i deepfake, quelli che permettono di sostituire il volto o la voce di una persona in un video, dovranno essere etichettati in modo esplicito, pena sanzioni che, secondo le prime indiscrezioni, potrebbero arrivare fino al 4% del fatturato globale dell’azienda responsabile.
Per chi naviga su internet o usa i social media, la novità più immediata sarà l’obbligo di segnalare quando un contenuto è stato creato o modificato da un sistema di AI. Pensiamo a un video virale su TikTok o a un messaggio vocale ricevuto su WhatsApp: d’ora in avanti, dovrà essere chiaro se quel contenuto è stato generato da un algoritmo o se è autentico.
Un altro aspetto cruciale riguarda i chatbot. Fino a oggi, molte aziende utilizzavano assistenti virtuali senza specificare che si trattava di macchine. Da agosto, invece, ogni interazione dovrà iniziare con una dichiarazione esplicita del tipo “Stai parlando con un chatbot. Puoi porre domande generiche o chiedere assistenza per [servizio specifico]”. Una misura che potrebbe ridurre le frodi, come quelle in cui i truffatori si fingono operatori bancari o servizi di assistenza clienti.
Le nuove regole sono state accolte con favore da molte organizzazioni per i diritti digitali, ma non mancano le critiche da parte delle aziende tech. Google, Meta e Microsoft hanno già dichiarato di essere al lavoro per adeguare i propri servizi, ma sottolineano che l’implementazione potrebbe richiedere tempo.
“Stiamo rivedendo i nostri sistemi per garantire la conformità, ma il rischio è che alcune funzionalità vengano limitate per evitare sanzioni” afferma un portavoce di un grande gruppo tecnologico, chiedendo l’anonimato. “Ad esempio, alcuni chatbot potrebbero essere disattivati in Europa se non riusciremo a garantire una trasparenza assoluta”.
Anche le piattaforme di social media sono sotto pressione. TikTok e Instagram, che già faticano a contrastare la diffusione di deepfake e contenuti manipolati, dovranno introdurre nuovi filtri e avvisi automatici per segnalare i contenuti generati da AI. Una sfida non da poco, considerando la quantità di video e immagini che vengono caricati ogni secondo.
Uno dei punti più discussi della nuova normativa riguarda le sanzioni per chi non rispetta gli obblighi di trasparenza. Secondo quanto riportato da fonti vicine alla Commissione Europea, le multe potrebbero arrivare fino al 4% del fatturato globale dell’azienda, una cifra che per colossi come Meta o Google si tradurrebbe in miliardi di euro.
Nonostante l’entusiasmo per la trasparenza, molti esperti sottolineano che la nuova regola non è una soluzione magica. Ad esempio, i deepfake utilizzati per scopi illegali—come la diffamazione o la truffa—potrebbero comunque circolare, soprattutto se diffusi tramite canali non regolamentati come le chat private o i gruppi chiusi.
Un altro limite riguarda l’applicazione pratica. Come faranno le piattaforme a distinguere un contenuto generato da AI da uno reale? Attualmente, i sistemi di rilevamento non sono perfetti e possono commettere errori, sia in un senso che nell’altro.
Per i cittadini, la nuova normativa porterà più chiarezza, ma anche più responsabilità. Leggere sempre gli avvisi di trasparenza è fondamentale: se un chatbot o un video non specifica chiaramente che si tratta di un contenuto generato da AI, è meglio diffidare. Verificare le fonti è un altro passo importante, soprattutto in caso di dubbi su un contenuto. Infine, segnalare i contenuti sospetti alle piattaforme, che dovranno mettere a disposizione strumenti dedicati.
L’entrata in vigore degli obblighi di trasparenza è solo il primo passo di un percorso più ampio. Nei prossimi mesi, la Commissione Europea lavorerà a ulteriori regolamentazioni, anche per contrastare l’uso distorto dell’AI in campi come la politica, la pubblicità e l’informazione.
“L’obiettivo finale è costruire una società digitale più sicura e consapevole” dichiara la commissaria europea per il Digitale, Sophie in ‘t Veld. “Non possiamo più permettere che l’AI operi nell’ombra. È tempo di portare la luce della trasparenza in ogni angolo del mondo digitale”.

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