Starcloud ha ottenuto 170 milioni di dollari per trasferire i data center nello spazio

La startup statunitense ha già dimostrato che è possibile far funzionare le GPU terrestri in orbita, ma restano i nodi dei costi e delle sfide tecniche
Starcloud ha ottenuto 170 milioni di dollari per trasferire i data center nello spazio

Starcloud, startup con sede a Redmond negli Stati Uniti, ha chiuso un round di finanziamento da 170 milioni di dollari, raggiungendo una valutazione di 1,1 miliardi e diventando l’azienda più veloce ad arrivare a questa dopo essere uscita dal programma di accelerazione per startup Y Combinator.

L’obiettivo dell’azienda è costruire data center in orbita, sfruttando l’energia solare illimitata e aggirando i limiti energetici e politici che frenano lo sviluppo dei data center terrestri, un’idea di cui si sta discutendo ampiamente negli ultimi mesi.

Il CEO Philip Johnston ha dichiarato che l’azienda con il progetto Starcloud-1 ha “già dimostrato che è possibile far funzionare GPU terrestri nello spazio, addestrando un modello di intelligenza artificiale e eseguendo una versione di Gemini in orbita”. Il prossimo passo è Starcloud-2, in partenza entro fine 2026, equipaggiato con il nuovo chip Nvidia Blackwell e un sistema di raffreddamento record, mentre Starcloud-3, un satellite da 200 kW e 3 tonnellate, sarà lanciato con Starship di SpaceX, atteso operativo dal 2028-2029.

La sfida vera sta però nei costi, che oggi si attestano attorno a circa 1.500 dollari al chilo per ogni lancio, ma Johnston punta a scendere a 500 dollari per essere competitivi con i data center terrestri. In questa sfida Starcloud non è sola. SpaceX ha chiesto al governo USA il permesso per lanciare un milione di satelliti per il compute distribuito, mentre anche Google, con Project Suncatcher, e Nvidia, che ha appena presentato il modulo Vera Rubin, capace di 25 volte la potenza di un H100 per l’AI in orbita, puntano a rivoluzionare il settore.

Tuttavia, gli scettici non mancano. Secondo Ars Technica, uno dei siti di tecnologia e scienza più autorevoli e rispettati al mondo, i data center spaziali resteranno un “azzardo economicofinché i costi di lancio non scenderanno sotto i 200 dollari al chilo, evento atteso non prima del 2035. Dylan Taylor, CEO di Voyager Technologies, avverte inoltre che il raffreddamento in orbita è ancora un “problema irrisolto” in assenza di un mezzo per dissipare il calore e per questo serviranno radiatori giganti e soluzioni alternative.

Secondo alcune stime, il mercato dei data center spaziali potrebbe valere 20 miliardi entro il 2030, trainato dalla domanda di AI e cloud computing. Space Capital, società di venture capital specializzata in investimenti nel settore spaziale e nelle tecnologie legate allo spazio, stima che il settore sia solo all’inizio di un “ciclo infrastrutturale decennale”, con investimenti pubblici e privati in crescita. Tuttavia, oggi ci sono solo alcune decine di GPU che vengono sviluppate e operate direttamente in orbita, contro i 4 milioni venduti a terra nel 2025. La vera svolta dipenderà dalla riduzione dei costi di lancio e dalla capacità di risolvere le sfide tecniche, come la sincronizzazione tra satelliti e la gestione dell’energia.

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