Meta ha fatto marcia indietro. Venerdì l’azienda ha annunciato lo stop a Muse Image, la sua nuova funzione di generazione immagini AI, appena tre giorni dopo il lancio. Una decisione arrivata sotto la pressione di sindacati, agenzie di talenti hollywoodiane e associazioni per i diritti digitali, tutti concordi nel definire la funzione un rischio serio per la privacy degli utenti.
Cos’era Muse Image e perché ha scatenato polemiche
Lanciata martedì 7 luglio, Muse Image era il primo modello di generazione immagini sviluppato da Meta Superintelligence Labs, integrato nel chatbot Meta AI. Permetteva a chiunque di taggare un account Instagram pubblico e usare le sue foto come riferimento per creare nuove immagini generate dall’AI, senza che il proprietario dell’account venisse avvisato.
Il problema principale non era la tecnologia in sé, ma il meccanismo scelto da Meta. Tutti gli account pubblici di utenti maggiorenni venivano infatti inclusi automaticamente nel sistema, con la possibilità di disattivare la funzione solo attraverso un’opzione nascosta nelle impostazioni, sotto la voce “condivisione e riutilizzo“. Un meccanismo di opt-out, insomma, invece di un più garantista opt-in.
Le reazioni di Hollywood e degli esperti
La critica più dura è arrivata da SAG-AFTRA, il sindacato che rappresenta oltre 160.000 attori e professionisti dell’intrattenimento. L’organizzazione ha definito la scelta di Meta “un’evidente sottovalutazione del sentimento pubblico” riguardo ai pericoli legati all’uso non autorizzato dell’immagine delle persone, chiedendo un consenso esplicito, non implicito.
Sulla stessa linea la CAA (Creative Artists Agency), che rappresenta star come Tom Hanks e Meryl Streep. In una nota, l’agenzia ha sottolineato che “nessun nome, immagine, somiglianza, voce o opera creativa dovrebbe essere usata da terzi, inclusi i modelli AI, senza un consenso chiaro e documentato“. Dopo l’annuncio del ritiro, la CAA ha comunque apprezzato la rapidità della risposta di Meta, definendola “la cosa responsabile da fare“.
Anche il mondo della cybersicurezza si è mosso. Thorin Klosowski, attivista della Electronic Frontier Foundation, ha dichiarato al Guardian che l’impostazione avrebbe dovuto “essere assolutamente opt-in“, perché la generazione di immagini AI “non era nei pensieri di nessuno quando si è iscritto a Instagram anni fa“. L’associazione Public Citizen ha parlato invece di una “grave violazione” della privacy degli utenti.
La versione di Meta
Nel comunicare lo stop, l’azienda ha ammesso l’errore. “Il nostro intento era fornire uno strumento creativo utile e dare alle persone il controllo su come i loro contenuti pubblici potessero essere usati in questo modo“, ha spiegato un portavoce. “Abbiamo ascoltato il feedback secondo cui questa funzione ha sbagliato bersaglio, quindi non è più disponibile.“
In precedenza, un portavoce aveva difeso lo strumento assicurando che erano stati previsti “solidi controlli e garanzie di sicurezza“, con l’esclusione automatica degli account privati e di quelli appartenenti a minorenni.
Un problema che va oltre Meta
Il caso Muse Image non è isolato. Anche OpenAI aveva affrontato critiche simili per il suo modello video Sora 2, dopo che gli utenti avevano generato contenuti con celebrità e personaggi protetti da copyright. L’azienda aveva poi rivisto le proprie politiche, chiudendo infine il prodotto pochi mesi dopo.
La vicenda arriva mentre Meta investe massicciamente sull’AI, con progetti come il nuovo data center in Canada da 9 miliardi di dollari, il trentatreesimo a livello globale. Cresce però in parallelo la sfiducia del pubblico verso il modo in cui le grandi piattaforme trattano i dati personali per i propri sistemi di AI.
Il ritiro di Muse Image mostra quanto sia ormai stretto il margine di errore per le aziende tecnologiche in fatto di consenso e diritti d’immagine. La rapidità della retromarcia, appena tre giorni dopo il lancio, conferma che il controllo sui propri dati personali è diventato uno dei terreni più delicati nella corsa all’AI generativa.

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