Lo scorso giugno uno studio del MIT Media Lab di Boston, che porta la firma della ricercatrice Nataliya Kosmyna e del suo team, ha indagato attraverso un esperimento gli effetti dell’intelligenza artificiale sul funzionamento cognitivo. Ora sta tornando nel dibattito online anche in virtù di un aggiornamento del dicembre 2025.
Ѐ stato pubblicato come preprint su arXiv nel giugno 2025 con il titolo emblematico: “Your Brain on ChatGPT: Accumulation of Cognitive Debt When Using an AI Assistant for Essay Writing Task”. I risultati non hanno ancora superato la revisione paritaria, ma le implicazioni riportate sono abbastanza eclatanti da aver già generato un’ampia discussione: l’uso prolungato di AI spegnerebbe davvero il cervello.
L’esperimento dei tre gruppi
Il team di ricerca ha coinvolto 54 studenti universitari e ricercatori della zona di Boston, di età compresa tra i 18 e i 39 anni, chiedendo loro di scrivere saggi con tracce guidate. I temi erano volutamente generici e poco nozionistici (come lealtà, felicità, scelte di vita quotidiana) in modo che fosse necessaria poca ricerca esterna e che il lavoro potesse dipendere principalmente dall’elaborazione personale più che dalle conoscenze.
I partecipanti sono stati divisi in tre gruppi che avevano regole diverse per realizzare gli elaborati: il primo poteva affidarsi esclusivamente a ChatGPT, il secondo poteva usare motori di ricerca come Google, il terzo doveva lavorare senza alcun strumento tecnologico, contando solo su sé stesso.
Per osservare se e come il comportamento cognitivo evolvesse nel tempo, i gruppi hanno scritto tre saggi in tre sessioni distinte, nell’arco complessivo di circa quattro mesi.
I ricercatori hanno utilizzato un elettroencefalografo per monitorare l’attività cerebrale. Gli strumenti non misuravano semplicemente “quanta” attività cerebrale si registrava, ma la qualità della connettività neurale, ossia quanto le diverse aree del cervello comunicano e con quale intensità e profondità.
I risultati: un cervello “in fiamme” contro uno acceso a metà
I dati emersi sono stati piuttosto netti. Chi ha scritto affidandosi unicamente al proprio pensiero ha mostrato un cervello fortemente attivato, con connessioni diffuse in molte aree. Il gruppo che ha usato Google presentava una forte attività nelle zone visive, impegnate nell’elaborare e selezionare le informazioni trovate. Il gruppo ChatGPT, invece, ha mostrato i livelli più bassi di coinvolgimento cognitivo tra tutti e tre, con prestazioni inferiori sia sul piano neurale che linguistico: nel complesso l’attività del loro cervello per realizzare il compito è stata ridotta fino al 55%.
E non finisce qui. Nel corso dei mesi, gli utenti di ChatGPT diventavano progressivamente più passivi, ricorrendo sempre più spesso al copia-e-incolla per completare i saggi successivi. Il cervello non si è “addormentato” del tutto, ma le aree legate alla creatività e all’elaborazione profonda delle informazioni si attivano significativamente meno.
C’è poi un dato sulla memoria che colpisce: dopo aver completato i saggi, i partecipanti del “gruppo ChatGPT” riuscivano a ricordare poco o nulla di ciò che avevano scritto, con onde cerebrali alfa e theta più deboli, un segnale che i processi di memoria profonda erano stati sostanzialmente aggirati. Come ha sintetizzato Kosmyna, il compito è stato portato a termine in modo efficiente e comodo, ma senza che nulla venisse davvero integrato nelle reti mnemoniche.
Gli effetti non riguardano solo il cervello, ma anche la qualità dei testi prodotti. Due insegnanti di inglese coinvolti nello studio per valutare i saggi hanno notato qualcosa di peculiare: i lavori scritti con l’aiuto di ChatGPT erano straordinariamente simili tra loro, privi di originalità e di profondità personale.
Il nuovo follow-up: il debito cognitivo si accumula
Quattro mesi dopo la prima fase dello studio, un sottogruppo di 18 partecipanti è stato richiamato per un quarto saggio con una variazione cruciale: a chi aveva usato precedentemente ChatGPT è stato chiesto di scrivere senza il supporto dell’AI e viceversa.
I risultati hanno confermato timori sugli effetti a lungo termine. Chi nei precedenti test si era sempre appoggiato al chatbot, mostrava una connettività neurale più bassa rispetto a chi faceva il percorso inverso. Quest’ultimo gruppo, al contrario, ha mostrato un aumento significativo della connettività cerebrale in tutte le bande di frequenza EEG. Un dato che, ironicamente, apre alla speranza che l’AI, se usata nel modo giusto e con parsimonia (come strumento da cui poi affrancarsi), potrebbe potenziare l’apprendimento invece di soffocarlo.
Una questione aperta
Gli stessi autori invitano a trattare le conclusioni con cautela, essendo il preprint ancora privo di revisione paritaria, e riconoscono alcuni limiti. Il campione è ridotto e geograficamente omogeneo, inoltre lo studio è stato condotto specificamente con ChatGPT.
Nonostante questo, Kosmyna ha scelto deliberatamente di rendere pubblici i risultati prima della revisione formale, ritenendo urgente alimentare il dibattito pubblico su un tema che non può aspettare i tempi lenti dell’accademia: qual è il prezzo dell’esternalizzazione cognitiva?

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