Joshua Kushner non parla spesso in pubblico. Quando lo fa, vale la pena ascoltarlo. Il fondatore di Thrive Capital ha pubblicato la prima lettera agli investitori nella storia della sua firma newyorkese, e il messaggio centrale è scomodo per buona parte del settore: l’euforia sull’intelligenza artificiale sta erodendo la disciplina d’investimento, soprattutto a Silicon Valley.
Nella lettera, trapelata a Bloomberg, Kushner riconosce la portata dell’opportunità. “È difficile sopravvalutare la grandezza di questa occasione”, scrive. Poi arriva il ma. “Sarebbe anche un grave errore lasciare che l’entusiasmo indebolisca la nostra disciplina d’investimento.” La critica ai colleghi della West Coast è diretta: il settore tende a fissarsi su cambiamenti tecnologici iperincremental, perdendo di vista dove la tecnologia porta davvero. Non è una polemica generica. È una presa di posizione su come si alloca il capitale in un momento in cui ogni fondo sembra voler mettere soldi in qualsiasi cosa abbia “AI” nel pitch deck.
Thrive fa diversamente. Niente scommesse a pioggia su decine di startup nella speranza che qualcuna copra le perdite delle altre. Bloomberg stima che circa il 90% del capitale venga concentrato nelle prime 15 posizioni di ciascun fondo. Il fondo early-stage da 516 milioni di dollari del 2022, con investimenti in OpenAI, Anduril e SpaceX, valeva oltre 3,7 miliardi alla fine di giugno. Thrive ha anche sostenuto Wiz, Ramp, Stripe e ha guidato il seed round di Essential AI, cofondato da Ashish Vaswani, l’autore principale del celebre paper sui Transformer.
C’è poi un altro elemento che distingue Thrive dalla narrativa classica del venture capital. Kushner non crede che il ruolo dei VC sia solo quello di finanziare chi distrugge i grandi player dall’esterno. Molte industrie, sostiene, si trasformeranno dall’interno. Per mettere in pratica questa tesi, Thrive ha costruito Thrive Holdings, una struttura separata che acquisisce aziende esistenti e le porta nell’era degli agenti AI lavorando fianco a fianco con OpenAI — che a dicembre 2025 ha preso una quota azionaria nella stessa Holdings. La struttura ha già acquisito oltre 70 imprese e riunisce un team di 35 ingegneri. I risultati che Kushner cita sono concreti: la piattaforma contabile del gruppo prepara dichiarazioni fiscali il 30% più velocemente con un’accuratezza del 98%; una società IT interna gestisce autonomamente metà delle richieste di supporto clienti.
Il tempismo della lettera non è casuale. Il mercato del venture capital sull’AI sta vivendo uno dei periodi di maggiore attività degli ultimi anni, con valutazioni spesso difficili da giustificare con i fondamentali. Kushner sceglie questo momento per tracciare una linea tra chi insegue il ciclo e chi costruisce posizioni concentrate su poche idee ad alta convinzione. È un messaggio che suona strano in un settore abituato a celebrare chi si muove più in fretta.
Se la strategia di concentrazione di Thrive continuerà a produrre i ritorni degli ultimi fondi, il modello alternativo alla Silicon Valley avrà dati concreti da mostrare. E in quel caso, la lettera di Kushner potrebbe essere ricordata non come una critica isolata, ma come il momento in cui una parte del settore ha iniziato a fare domande diverse sul senso di investire nell’AI.














