OpenAI sta valutando di rallentare lo sviluppo dei suoi sistemi di intelligenza artificiale più avanzati. La decisione, ancora in fase di discussione interna, nasce dalla consapevolezza che i rischi associati a queste tecnologie stiano diventando troppo elevati per essere ignorati. Secondo fonti vicine alla società, tra cui Bloomberg, la preoccupazione principale riguarda la mancanza di controlli adeguati su sistemi capaci di superare, in alcuni compiti, le capacità umane, con potenziali implicazioni per la sicurezza, la privacy e la stabilità sociale.
La notizia arriva in un momento in cui il dibattito sull’etica dell’innovazione tecnologica è più acceso che mai. Il timore è che, senza una regolamentazione stringente, l’evoluzione dell’AI possa sfuggire di mano, alimentando scenari distopici già immaginati da esperti come Nick Bostrom, filosofo svedese autore di Superintelligence, che da anni avverte sui pericoli di un’intelligenza artificiale non allineata agli interessi umani. Anche Yoshua Bengio, uno dei padri del deep learning e premio Turing, ha più volte sottolineato la necessità di un approccio più prudente, soprattutto per i modelli che potrebbero essere utilizzati in ambiti critici come la medicina o la finanza.
OpenAI, tuttavia, si trova in una posizione delicata. Da un lato, la pressione competitiva spinge verso un’accelerazione delle ricerche, con aziende come Google, Meta e Anthropic che investono miliardi nello sviluppo di sistemi sempre più potenti. Dall’altro, cresce la consapevolezza che un errore di valutazione potrebbe avere conseguenze irreversibili. Secondo un rapporto del Future of Humanity Institute dell’Università di Oxford, pubblicato a luglio 2026, il 62% degli esperti del settore ritiene che, entro il 2030, esisteranno modelli di AI in grado di autogenerare armi letali o manipolare l’opinione pubblica su scala globale. Una prospettiva che ha spinto OpenAI a convocare una riunione straordinaria del suo board per discutere misure concrete.
Le opzioni sul tavolo includono una moratoria volontaria su nuovi sviluppi, simile a quello chiesto lo scorso marzo da oltre 1.000 ricercatori e imprenditori del tech in una lettera aperta. Tra questi, anche Elon Musk, che ha definito “irresponsabile” la corsa verso sistemi sempre più avanzati senza adeguate garanzie. Un’altra ipotesi è l’introduzione di limiti tecnici, come la riduzione della capacità computazionale dei modelli o l’implementazione di “kill switch” per disattivarli in caso di comportamenti anomali. Tuttavia, la sfida principale rimane la mancanza di un quadro normativo globale: attualmente, solo l’Unione Europea ha adottato una legge specifica sull’AI, il AI Act, ma la sua applicazione è ancora in fase di rodaggio.
Le reazioni del mercato non si sono fatte attendere. Dopo la diffusione della notizia, le azioni di Nvidia, principale fornitore di chip per l’AI, hanno registrato una flessione dello 0,8%, mentre le società di venture capital specializzate nel settore hanno ridotto gli investimenti in startup che lavorano su modelli di frontiera. D’altro canto, alcuni ambientalisti hanno accolto con favore la notizia, sottolineando come lo sviluppo di sistemi così energivori abbia un impatto significativo sull’ambiente. Secondo uno studio del MIT Technology Review, un modello di AI avanzato può consumare fino a 10 volte l’energia di una città di medie dimensioni, contribuendo in modo non trascurabile all’emissione di CO₂.

Perché Jacob Coxon di Anthropic si è dimesso: "Le aziende di AI giocano d'azzardo con le nostre vite"
La sua decisione di dimettersi nasce dalla direzione presa dall’intero…














