Mark Lanier, avvocato texano con 42 anni di carriera alle spalle, ha vinto il primo processo americano sull’addiction da social media contro Meta e Google, ottenendo una condanna da 6 milioni di dollari. E lo ha fatto con l’intelligenza artificiale al centro della sua strategia, non come accessorio ma come parte integrante del lavoro quotidiano durante le cinque settimane di dibattimento.
Il caso si chiama K.G.M. v. Meta et al. e si è concluso il 25 marzo 2026 presso la Los Angeles County Superior Court. La giuria ha stabilito che le piattaforme di Meta e YouTube erano state progettate deliberatamente per creare dipendenza, che le aziende ne erano consapevoli e che avevano omesso di proteggere gli utenti più giovani. Il verdetto prevede 3 milioni in danni compensativi e altrettanti in danni punitivi. Meta è stata ritenuta responsabile per il 70% dei danni, YouTube per il restante 30%. Meta ha già annunciato ricorso, definendo il caso un’incomprensione sulla complessità della salute mentale degli adolescenti.
La notte prima di controinterrogare Mark Zuckerberg, Lanier aveva dormito quattro ore. Il suo team aveva lavorato fino all’alba, con l’AI a fare gran parte del lavoro pesante. Lo strumento principale era Boodlebox, una piattaforma nata nel settore dell’istruzione universitaria che integra in un unico spazio collaborativo i modelli di ChatGPT, Claude e Gemini. Lanier ha negoziato una licenza personalizzata con l’azienda per una cifra a sei zeri l’anno, calibrata sui 42 anni della sua esperienza processuale. Il team caricava le trascrizioni delle udienze giornaliere nei modelli, chiedeva un’analisi dell’andamento della seduta, identificava i documenti più efficaci per supportare ciascun argomento, cercava formulazioni più incisive per la giuria. Durante le deliberazioni, Lanier ha persino alimentato l’AI con le domande scritte dalla giuria per cercare di capire in quale direzione stesse ragionando il collegio.
Il metodo si è tradotto in numeri concreti. Lanier ha dichiarato a Business Insider di riuscire a comprimere trenta ore di lavoro in dieci, descrivendo l’AI come avere dieci collaboratori sempre operativi, perfettamente preparati sul fascicolo, senza mai bisogno di una pausa. Ma ha anche fissato un limite preciso: l’AI non ha scritto né un atto né un’analisi giuridica in modo autonomo. Una scelta tutt’altro che scontata, in un momento in cui i casi di allucinazioni nei documenti legali generati da AI stanno crescendo a ritmo sostenuto. Secondo il database del legale Damien Charlotin, sono già più di 1.300 i procedimenti nel mondo in cui atti giudiziari prodotti con AI contenevano citazioni inventate, con una frequenza passata da circa due casi a settimana a inizio 2025 a due o tre al giorno.
Il verdetto, tecnicamente un bellwether, cioè un caso pilota destinato a orientare il resto del contenzioso, potrebbe influenzare oltre 1.500 cause analoghe concentrate nel sistema federale americano. La strategia processuale di Lanier ha puntato non sui contenuti pubblicati sulle piattaforme — terreno scivoloso per via del Section 230 — ma sull’architettura stessa dei prodotti, progettata per massimizzare il tempo di utilizzo. Un approccio che la giuria ha accolto interamente. Boodlebox, dal canto suo, serve oltre 1.300 università e sta ora esplorando un’espansione verso il mercato legale e aziendale, anche grazie alla visibilità ottenuta con questo caso.
Quello che emerge da questa vicenda è uno spostamento concreto nell’uso professionale dell’AI: non automazione cieca, ma amplificazione della competenza umana sotto supervisione diretta. Se altri studi legali adotteranno lo stesso approccio disciplinato, il vantaggio competitivo nell’aula di tribunale potrebbe ridisegnarsi rapidamente. Lanier ha già detto che il prossimo processo farà sembrare questo primitivo.














