Secondo un nuovo rapporto del McKinsey Global Institute, una maggiore adozione dell’intelligenza artificiale potrebbe generare fino a 15 miliardi di euro in guadagni di produttività in Ungheria entro il 2030. Una cifra che equivale a circa il 6-7% del PIL ungherese, e che potrebbe persino crescere se l’adozione dell’AI rafforzasse la competitività regionale del paese.
A fare da sfondo a queste proiezioni c’è una realtà strutturale ben precisa. Negli ultimi quindici anni l’occupazione in Ungheria è salita all’81%, mentre i salari sono aumentati di oltre il 50% dal 2008. In altre parole, i motori tradizionali della crescita, più lavoro e paghe più alte, stanno esaurendo il loro potenziale. András Havas, McKinsey partner, ha sottolineato che l’AI potrebbe colmare queste debolezze strutturali rendendo le imprese più efficienti e produttive.
Il rapporto è stato discusso in una tavola rotonda con i vertici delle principali aziende ungheresi, e le loro parole fotografano bene la complessità della sfida. Peter Nagy, vicedirettore generale di Magyar Telekom, ha rivelato che gli agenti AI gestiscono già il 20% delle chiamate ai clienti, con aspettative di crescita ulteriore, e che la tecnologia ha permesso di ridurre il tempo di lancio di nuovi servizi da 90 a 30 giorni, liberando metà del personale di monitoraggio della rete per compiti più complessi.
Sul fronte bancario, Andras Becsei, vicedirettore generale di OTP Bank, ha messo in guardia dal considerare l’AI una semplice misura di risparmio visto che se da un lato potrebbe ridurre le spese per il personale, dall’altro aumenterebbe i costi operativi e gli investimenti in conto capitale, rendendo l’impatto complessivo una trasformazione dei costi, non una loro riduzione. Una voce più scettica è arrivata dal settore farmaceutico dove Gabor Orban, CEO di Richter, ha avvertito che servono ancora tempo e dati per capire quanto dell’entusiasmo attorno all’AI sia giustificato, ricordando che industrie come quella farmaceutica hanno già vissuto rivoluzioni tecnologiche promettenti, dalla genomica alla digitalizzazione, che non hanno sempre mantenuto le aspettative.
Il rischio più grande, tuttavia, è quello di non muoversi affatto. Gergely Bacso, CEO di Allianz Hungary, ha avvertito che il costo del lavoro è solo una parte della questione perché l’AI è soprattutto una questione di competizione globale. I risparmi che può ottenere un’azienda statunitense possono essere molte volte superiori a quelli alla portata di un’impresa ungherese, e se l’Ungheria non agisce rischia di perdere terreno rispetto a concorrenti stranieri per i quali adottare l’AI è semplicemente più conveniente.
McKinsey stessa ha avvertito che il paese potrebbe allargare ulteriormente il gap di produttività con i vicini europei se l’adozione dell’AI rimarrà indietro. Un monito che vale ben al di là dei confini ungheresi. In tutta Europa infatti, la corsa all’AI non viene più raccontata come una questione di vantaggio competitivo, ma anche di sopravvivenza economica.

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