#AI Recap: Cosa ti sei perso sull’AI a marzo 2026

Marzo si è distinto per timori, nuovi flussi di lavoro e una partnership significativa
#AI Recap: Cosa ti sei perso sull’AI a marzo 2026

Marzo prende il nome da Martius, il mese dedicato a Marte, il dio della guerra, ma anche della primavera, del raccolto, della ripartenza. Una doppia anima che, a pensarci bene, calza perfettamente anche al mondo dell’Intelligenza Artificiale di questo mese: da una parte lo scontro, dall’altra la costruzione. Da una parte il conflitto tra aziende, governi e visioni del futuro. Dall’altra una raffica di nuovi strumenti pensati per cambiare sempre più a fondo il nostro quotidiano.

Le “tensioni pentagonali”

La parola “guerra” è tornata anche in uno dei terreni più delicati di tutti: il rapporto tra Intelligenza Artificiale e difesa. OpenAI ha detto sì al Pentagono, scegliendo di collaborare sull’uso dei propri modelli in contesti militari e istituzionali, mentre Anthropic ha preso la strada opposta, arrivando anche a reagire per vie legali dopo essere stata classificata come supply-chain risk.

Nel mezzo della disputa sono venuti a galla alcuni messaggi interni di Anthropic dai toni molto duri verso l’amministrazione Trump, per i quali Dario Amodei ha poi chiesto scusa pubblicamente.
Questa vicenda non è rimasta solo tecnica o legale. È diventata narrativa pubblica, reputazione, percezione culturale. Mentre OpenAI, agli occhi di molti, è apparsa più disposta al compromesso anche in temi molto sensibili, tanto che le disinstallazioni dell’app mobile di ChatGPT sono aumentate del 295% in un solo giorno dopo l’accordo. Anthropic ne è uscito come il “vincitore morale”. L’azienda che dice no, che mette dei limiti, che prova a non piegarsi del tutto alla logica del “se è lecito, allora si può fare”. Questa logica risulta in scia con un altro annuncio da parte di Dario Amodei ovvero quello del lancio dell’Anthropic Institute, una nuova iniziativa di ricerca dedicata allo studio dell’impatto sociale dei sistemi di Intelligenza Artificiale più potenti sul contesto e sulle persone. Non solo modelli, benchmark o prestazioni, ma posti di lavoro, economie, governance, sistemi legali, vita quotidiana.

I veri bisogni

Anthropic, ad esempio, ha chiesto a 81.000 persone, provenienti da 159 Paesi, cosa si aspettano davvero dall’AI. Le risposte, raccolte tramite una versione di Claude pensata per condurre interviste qualitative, sono state molto meno “futuristiche” di quanto si potrebbe immaginare. Le persone non chiedono per forza una superintelligenza o una rivoluzione astratta: chiedono più tempo, più autonomia, più connessione. Vogliono usare questi strumenti per alleggerire il carico, per recuperare spazio mentale, per sentirsi più capaci e meno travolte.

Ma le paure raccontano l’altra metà della storia. Perché quando viene chiesto cosa preoccupa dell’AI, emergono timori molto concreti: governi e aziende che potrebbero usarla per controllare, decisioni delegate troppo in alto, erosione del pensiero critico, della creatività, delle relazioni. Ed è forse questo il punto più interessante della ricerca: speranze e paure non sono due blocchi separati. Sono intrecciate. L’AI che lavora per te potrebbe anche, a un certo punto, lavorare al posto tuo.

Timori lavorativi

Ed è qui che marzo ci porta dritti dentro uno dei nervi più scoperti del dibattito pubblico: il lavoro. In Italia è esplosa la storia dell’azienda di Venezia che avrebbe licenziato tutti i suoi 37 dipendenti, con una narrazione subito fortissima: “sostituiti dall’Intelligenza Artificiale”. Una di quelle notizie che funzionano immediatamente, perché toccano una paura semplice da capire e facilissima da condividere. L’Intelligenza Artificiale arriva, l’essere umano esce. Sipario. 
A fare da contrappunto, però, è arrivata la posizione della BCE. Secondo un’analisi basata su circa 5.000 imprese dell’eurozona, le aziende che utilizzano l’AI in modo intenso risultano addirittura più propense ad assumere. Quelle che investono direttamente in Intelligenza Artificiale mostrano una maggiore inclinazione ad aumentare il personale, soprattutto quando la tecnologia viene usata per implementare, gestire, sviluppare nuovi processi e non solo per comprimere i costi.
Da una parte, quindi, c’è la narrazione della sostituzione secca. Dall’altra, quella della trasformazione del lavoro, e soprattutto degli strumenti di lavoro. 

L’AI nel flusso

Marzo è stato anche un mese pienissimo di release pensate proprio per il lavoro quotidiano. Google ha presentato Reimagining Gemini, portando la sua AI sempre più all’interno degli strumenti di lavoro quotidiani, come Sheets, Drive e Slides. Più che una singola novità, si tratta di un cambio di passo: l’idea è rendere i software che usiamo ogni giorno meno statici e più capaci di accompagnare davvero il flusso del lavoro, capendo il contesto e intervenendo in modo sempre più naturale.

Anthropic, dal canto suo, ha aggiornato Claude per Excel e PowerPoint. Anche qui il cuore non è la spettacolarità, ma la continuità del flusso. Leggere i valori delle celle in tempo reale, creare analisi, aggiornare una slide e mantenere il contesto tra applicazioni diverse senza perdere il filo del discorso.

Adobe si è mossa in una direzione parallela, ma sul fronte creativo. Con i nuovi aggiornamenti a Photoshop e Firefly, l’editing delle immagini diventa sempre più conversazionale. Si possono rimuovere oggetti, cambiare sfondi, regolare luce e colori, chiedere modifiche passo passo, persino usare la voce su mobile.

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Agenti nei computer

Nel frattempo, il concetto di “computer che lavora per te” ha preso forma in modi sempre più espliciti. Perplexity ha lanciato Personal Computer, un sistema sempre attivo pensato per lavorare su file dell’utente anche quando non è davanti allo schermo, collegandosi ad app locali e ai server sicuri dell’azienda. E quasi in parallelo, Manus ha annunciato My Computer, una funzione che porta Manus Desktop fuori dal solo cloud e direttamente sul computer dell’utente. Può accedere a file locali, applicazioni e strumenti di sviluppo, eseguire comandi via terminale, organizzare cartelle, rinominare documenti, persino contribuire allo sviluppo di applicazioni complete. 

Da intrattenimento a infrastruttura

C’è poi una notizia che sembra uscita da un cortocircuito perfetto tra cultura pop, business e Intelligenza Artificiale. Quasi dieci anni fa Pokémon GO trasformava città, parchi e marciapiedi in una gigantesca caccia al tesoro digitale. Milioni di persone andavano in giro con il telefono in mano a cercare Pikachu e Charizard, inquadrando il mondo reale attraverso la fotocamera. Fu un fenomeno enorme: già nel primo mese raggiunse 55 milioni di utenti solo negli Stati Uniti e, nelle settimane del boom, sfiorò i 100 milioni di utenti mensili globali. Quando nel marzo 2025 Niantic, la società che ha creato Pokémon GO, ha venduto la sua divisione gaming a Scopely, un’azienda specializzata in videogiochi mobile, per 3,5 miliardi di dollari, in molti hanno letto la notizia come il classico passaggio di mano di un videogioco di successo. In realtà, dentro quel deal c’era molto di più. Mentre Scopely si prendeva il business gaming, Niantic si teneva stretto un altro tesoro: la sua infrastruttura geospaziale e i dati raccolti negli anni, annunciando nello stesso momento la nascita di Niantic Spatial, una nuova società focalizzata sulla geospatial AI. Ed è proprio qui che la storia cambia tono. A marzo 2026, Niantic Spatial ha annunciato una partnership con Coco Robotics per usare il proprio sistema di navigazione visiva nei robot per le consegne. Quel sistema è stato addestrato su oltre 30 miliardi di immagini raccolte proprio dagli utenti di Pokémon GO. Tutto il tempo passato dai giocatori a camminare, scansionare luoghi, inquadrare statue, edifici e punti di riferimento da angolazioni diverse ha contribuito a costruire una mappa tridimensionale del mondo reale. Oggi quegli stessi dati possono aiutare i robot a orientarsi con precisione di pochi centimetri, soprattutto dove il GPS è meno affidabile. È una notizia che colpisce perché mostra benissimo una delle logiche più profonde di questa fase tecnologica: quello che ieri sembrava solo intrattenimento, oggi si rivela infrastruttura. E quindi il vero valore non era il gioco in sé, ma tutto ciò che, giocando, stavamo lasciando dietro di noi.

Alla fine, forse, marzo ci lascia soprattutto questa immagine: noi pensavamo di catturarli dentro una sfera, e invece forse erano loro che, con molta calma, stavano catturando noi in un database. Nell’era degli agenti, inseguendo nostalgicamente i mostriciattoli della nostra infanzia, scopriamo di essere stati noi, per primi, agenti inconsapevoli: una sfera dopo l’altra, una scansione dopo l’altra, un gesto dopo l’altro.


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