L’amministrazione Trump ha lanciato un’offensiva diplomatica senza precedenti nel campo della sovranità tecnologica. I funzionari statunitensi sono stati chiamati a contrastare attivamente le leggi straniere che impongono restrizioni su come le aziende tech statunitensi gestiscono i dati dei cittadini all’estero. Secondo un cavo diplomatico interno reso noto da Reuters, queste normative, spesso definite “data sovereignty” o “data localization”, rischiano di “interferire con lo sviluppo dei servizi legati all’intelligenza artificiale” e di frammentare il mercato globale dei dati.
Gli esperti sottolineano che la mossa segna un ritorno a una politica estera più aggressiva, in un momento in cui la Cina e l’Unione europea stanno stringendo le maglie sulla privacy e sulla localizzazione dei dati, spesso per proteggere i propri cittadini da sorveglianza e abusi commerciali. In questa cornice si colloca anche l’opposizione statunitense al Digital Services Act europeo guidata in prima persona dal Segretario di stato Marco Rubio.
Gli stati europei non sembrano però intenzionati a cedere. Il Cybersecurity Act e la revisione delle norme sulla certificazione dei data center mirano a ridurre la dipendenza da provider statunitensi, considerati un rischio per la sicurezza nazionale. Intanto, organizzazioni di tutela della privacy come NOYB minacciano nuove battaglie legali contro gli accordi Ue-USA sulla gestione dei dati, giudicati ancora insufficienti a proteggere i diritti dei cittadini europei.
La vera posta in gioco non sono solo i dati, ma il dominio sull’AI. Le restrizioni europee e asiatiche, secondo Washington, potrebbero rallentare l’innovazione e favorire la Cina, che sta accelerando sui propri standard di data governance.

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