Le pressioni sulle aziende dell’intelligenza artificiale si fanno più intense che mai, e arrivano da ogni direzione.
L’influenza forzata che il Pentagono esercita sulle big tech, per esempio, inizia a innervosire più di qualcuno. Mrinank Sharma, fino ad oggi ricercatore di primo livello ad Anthropic, lascia l’azienda con un’enigmatica lettera che denuncia come sia “difficile che i valori governino le azioni” nell’attuale momento storico. Eppure proprio Anthropic, a fine gennaio, si era mostrata critica nei confronti delle pretese del comparto della difesa degli USA sull’AI. Evidentemente, tra postura esterna e dinamiche interne, le distanze possono essere significative.
Il caso Anthropic è emblematico anche sotto altri profili. Mentre l’azienda (che si è sempre presentata come baluardo della sicurezza e dell’etica) raggiunge una valutazione di 380 miliardi di dollari e rafforza la presenza commerciale con il nuovo Claude Opus 4.6, consolida i rapporti con l’ecosistema finanziario collaborando all’automazione delle attività di Goldman Sachs. Intanto annuncia la copertura del 100% dei costi necessari per l’adeguamento delle reti elettriche che collegheranno i suoi nuovi data center, proprio mentre l’amministrazione USA cerca un accordo con le Big Tech sulla sostenibilità (e Meta avvia la costruzione di un data center da 10 miliardi di dollari in Indiana). Reputazione, difesa, sostenibilità ambientale e infrastrutturale, sviluppo finanziario: un intreccio di interessi così denso da trasformare la strategia industriale in un esercizio di equilibrismo.Anthropic non è l’unica azienda a fronteggiare tensioni interne. A causa di una posizione critica sulla futura modalità per adulti, OpenAI addirittura licenzia la (oramai ex) dirigente Ryan Beiermeister. Una decisione che tradisce un certo nervosismo. Mentre l’azienda inizia a testare ufficialmente la pubblicità su ChatGPT (attirando nuove critiche), accelera la corsa agli agenti presentando il modello GPT-5.3 Codex e guarda al nuovo (ancora misterioso) dispositivo realizzato in collaborazione con Jony Ive.
Altrove il quadro non è più disteso. Alphabet ricorre al debito per finanziare la sua corsa all’AI, con la sua Google che viene citata in giudizio da un’azienda di software per violazione del marchio Flow; xAI continua a perdere pezzi tra i membri del team originale e Apple ritarda ancora il debutto della nuova Siri a causa di problemi nei test interni.
Negli USA sembra muoversi con maggiore agilità Amazon, che annuncia la nascita di un marketplace attraverso cui gli editori potranno vendere contenuti alle aziende AI. Ma il clamore maggiore arriva dalla Cina con Seedance 2.0 di Bytedance, che si impone come (ennesimo) modello di video AI più avanzato sul mercato.
La novità più interessante da attenzionare rimane Moltbook, il social popolato solo da agenti AI creato da Matt Schlicht e divenuto un laboratorio di osservazione di grande impatto per comprendere dinamiche sociali e comportamentali in ambienti interamente sintetici.
L’Europa mostra una determinazione inedita. Dai Paesi Bassi arrivano sperimentazioni avanzate, come simulatori per l’addestramento dei piloti capaci di leggere le onde cerebrali. L’UE continua poi lo scontro aperto con Meta, mentre diversi editori europei si muovono contro Google per presunto sfruttamento illegittimo dei contenuti. Arrivano poi segnali incoraggianti da Mistral, rimasta negli ultimi mesi un po’ defilata dopo la crescita del 2025. L’azienda francese investe 1,2 miliardi di euro per infrastrutture AI in Svezia, proponendosi così come cardine per lo sviluppo del Continente.
E mentre nessun settore può più evitare di confrontarsi con l’intelligenza artificiale (solo in Italia quasi 9 giovani su 10 utilizzano abitualmente strumenti di AI generativa) arrivano studi che sembrano confermare alcune ipotesi sulla cosiddetta AI fatigue, l’affaticamento dall’uso di AI. Ne parla un saggio dell’ingegnere software Siddhant Khare e lo ribadisce soprattutto un nuovo studio di Harvard Business Review. Il report consolida l’idea secondo cui l’impatto dell’AI sulle organizzazioni è ben lontano dal ridurre il carico di lavoro: per la sua stessa natura, tende piuttosto ad ampliarlo e ad accelerarlo in modo esponenziale.
