C’è una startup di intelligenza artificiale milanese che sta ottenendo dei risultati sorprendenti. Si chiama Ipazia, ha 18 dipendenti e sette dottorati di ricerca in squadra, ed è nata nel 2021 da un’intuizione di Giorgio Alverà, manager con un passato in Goldman Sachs. Nel 2024 Ipazia è stata l’unica startup AI italiana tra i 15 firmatari della Dichiarazione del G7 sull’AI, sedendo allo stesso tavolo di Amazon e Meta, e oggi, in una gara organizzata da ServiceNow, colosso statunitense del software enterprise, Ipazia ha superato i modelli di punta di Google e OpenAI nel benchmark WorkArena ++, uno standard internazionale che misura la capacità dei sistemi di AI di risolvere problemi reali in contesti aziendali.
I numeri sulle capacità di Ipazia sono molto netti. La startup ha ottenuto un punteggio del 90,3%, lasciandosi alle spalle Gemini-3 Flash di Google (86,1%), GPT-5 di OpenAI (79,1%) e Claude-4-Sonnet di Anthropic (63,3%). Il segreto non sta in un supercomputer o in investimenti miliardari, ma in un approccio strutturalmente diverso da quello utilizzato dai concorrenti. Come spiegano dall’azienda: “Non abbiamo cambiato i modelli, li abbiamo resi più intelligenti nel modo in cui li usiamo”. Ipazia ha infatti sviluppato degli agenti AI che funzionano come un team virtuale di specialisti, in cui il sistema scompone un problema complesso in sotto-attività, assegnandole a moduli dedicati che lavorano in parallelo.

Il risultato è un’AI più affidabile e misurabile, caratteristiche fondamentali per l’utilizzo aziendale. Attualmente la tecnologia di Ipazia è già operativa nel settore bancario, nel recruiting e nei programmi di gioco responsabile, dove identifica comportamenti a rischio per proteggere gli utenti.

In due anni è più che triplicata la quota di aziende italiane che usano strumenti AI
Le imprese italiane sono coinvolte in un processo di crescita…














