Speciale AI WEEK 2026: l’AI in cerca di cultura

30.000 partecipanti, centinaia di interventi, un filo conduttore: l'AI cresce solo dove cresce la cultura che la sostiene

AI WEEK 22 mag 2026

17 min.

Speciale AI WEEK 2026: l’AI in cerca di cultura

L’AI Week 2026 è stato un successo strepitoso, persino superiore alle aspettative (si attendevano 25.000 partecipanti: ne sono arrivati quasi 30.000), che ha confermato la centralità europea dell’appuntamento ideato da Pasquale Viscanti e Giacinto Fiore. Il segnale era nell’aria già da martedì mattina: la fila per entrare nel Main Stage era lunghissima, a livelli mai visti nelle edizioni precedenti.

Quest’anno, in qualità di media partner con copertura in tempo reale sia sul sito che sui social, abbiamo cercato di restituire i temi principali in una panoramica il più possibile nitida.

La sfida per la cultura delle organizzazioni

Nonostante l’edizione dell’anno scorso sembrasse prefigurare un prossimo focus sull’AI fisica e sulla robotica (e non mancano elementi intriganti in tal senso, come il bellissimo umanoide di Gulliver, Fausto, o quello di Media Engineering che fa anche capolino sul palco durante l’intervento del CEO Antonio Franzese), questa urgenza sembra fare un piccolo passo indietro nel racconto dell’AI odierna. Con gli agenti come cardine, la narrazione torna a concentrarsi sul software e soprattutto su come le persone lo usano.

Il tema dominante, quest’anno, è stato soprattutto quello dell’integrazione dell’AI nella cultura delle organizzazioni. Se prima ci si domandava cosa l’AI potesse fare, oggi ci si domanda soprattutto come si possa farlo. E non da un punto di vista tecnico, quanto organizzativo. Le AI agentiche, capaci di penetrare in profondità mansioni di ogni tipo, moltiplicano le possibilità al punto da rischiare di generare più confusione che chiarezza. Più che strumenti, oggi, le AI sono percepite come “veicoli”. Potenti, ma da guidare. Il sottotesto, non sempre dichiarato ma presente a tutti oggi più che mai, è che le aziende sono innanzitutto ecosistemi relazionali e la crescita non dipende direttamente dall’innovazione quanto dalla capacità umana di incorporarla nel lavoro. Da dove partire, dunque?

La questione risuona ovunque e la frequenza con cui emerge nei diversi interventi lo dimostra.

“C’è un tema di contesto – dice ad esempio Cristiano Agostini di Prada Group a Gianluigi Aberici di Arsenalia sul palco – Come faccio a rendere gli agenti in grado di comprendere il contesto aziendale? È questa la sfida della scalabilità”.

Anche Vincenzo Merlo di Replay e Luca Nardone del Gruppo Unipol, portando dei casi d’uso concreti, sintetizzano il nuovo trend con una frase: “Le organizzazioni non usano più l’AI ma pensano con l’AI”. Un punto di vista che conduce direttamente al concetto di “azienda data-driven”, ossia l’organizzazioni che mette al centro il proprio patrimonio informativo. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Vigo, CEO e co-founder di Sevendata.

Anche Luca Luperini di Aruba inquadra insieme a noi il fenomeno con precisione, parlando delle fasi necessarie per orchestrare un ecosistema multi-LLM nelle aziende: “C’è una sincronia tra gli investimenti che vediamo sul mercato e l’adozione degli strumenti AI nei processi e nei servizi core. È frutto di una maturazione a livello di cultura aziendale che vediamo da un po’. Non è tanto un tema rilevante scegliere il modello per quanto importante, il punto è dove appoggio la strategia e con quale tipo di confidenza”.

Dal Main Stage, Stefano Sperimborgo di Accenture, parla proprio di un nuovo orientamento “human-agent”. In un contesto in cui “Ogni settimana un modello performa meglio in qualcosa rispetto a quella precedente” non può essere l’efficienza algoritmica (pervasiva, assodata) a fare la differenza, bensì il sapere aziendale. “E il sapere aziendale – ricorda Sperinborgo – è nella testa delle persone“.

Lo coglie bene anche Daniele Grandini, Chief Innovation Officer di Impresoft 4ward, che racconta un’esperienza rivelatrice. Mesi di applicazione dell’AI con risultati non all’altezza, poi la svolta: la chiave è cambiare approccio, smettere di chiedersi cosa l’AI possa fare e chiedersi invece di quali dati ha bisogno per raggiungere un risultato. “Dare l’AI ai processi vuol dire ucciderla. Portare l’AI alle persone è il superpotere”.

C’è spazio anche a riflessioni sul reale uso e valore del tempo risparmiato grazie alle AI, un tema sempre più diffuso, affrontato da Raffaele Gaito nel suo speech della prima giornata. Con le AI lavoriamo meno o di più? La linea tra essere produttivi ed essere occupati è sempre più sottile. Il dibattito sulle nuove architetture aziendali si intreccia con questa riflessione: in un’epoca in cui le possibilità si moltiplicano, il rischio è che la complessità sul lavoro esploda invece di ridursi, verso quel fenomeno detto AI Fatigue.

Ne abbiamo parlato con il CEO di myMeta Andrea Rubei, che ha approfondito i temi degli ostacoli all’adozione nelle imprese di ogni dimensione e i nuovi equilibri nei tempi di lavoro.

Tra i temi ricorrenti, anche il posizionamento dei brand nell’insieme di strategie noto come GEO. Giacomo Giacopelli, Managing Partner di EY Studio+ in Italia, dopo il suo intervento sul palco ha discusso con noi proprio dell’identità delle organizzazioni nel nuovo marketing AI: la necessità di lasciare tracce coerenti e leggibili dagli LLM sul web, il rischio di un appiattimento narrativo verso un’uniformità di linguaggio e strumenti, le sfide di un ecosistema in rapida ridefinizione sono le urgenze principali.

Le strade tracciate

Va segnalato anche un divario sempre più visibile tra le grandi società AI e il resto del mercato. I protagonisti dell’innovazione disegnano scenari ambiziosi e prosperi, lasciando agli altri il compito di tradurli in pratica. È, in fondo, una dinamica strutturale sensata: una tecnologia che vive di personalizzazione non può che nascere generalista (e ispiratrice) e diventare specifica attraverso chi la adotta.

La seconda giornata dell’AI Week inizia con Gian Segato di Anthropic sul Tech Stage: anche lui sottolinea come la potenza della tecnologia AI raddoppi ogni 4 mesi e almeno in parte devia la narrazione antropocentrica di quest’anno, dando per assodata la traiettoria verso l’autonomia dei sistemi. “Si arriverà a un momento in cui le AI lavoreranno in autonomia nel mondo e almeno in parte lo faranno in modo non supervisionato“. Una prospettiva che non viene presentata come ipotesi, ma come punto di arrivo.

Anche Aino Bergius, esponente della realtà pioniera di coding AI per creazione di app Lovable (azienda che di fatto ha aperto un mercato oggi popolato da altri grandi colossi, Anthropic in testa), sceglie di celebrare l’esplosione delle possibilità più che concentrarsi sulle difficoltà di integrazione. Le AI che permettono di costruire applicazioni stanno abbattendo le barriere all’ingresso nell’imprenditoria digitale: chiunque può diventare founder, senza dover più “chiedere il permesso di avere un’idea.” Alex Mashrabov, CEO di chiggsfield.ai, materializza questa visione mostrando alcuni frame del primo lungometraggio di 95 minuti interamente generato con AI.

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La nuova etica

Le potenzialità dei nuovi modelli producono poi riflessioni acute. Nel panel “AI Healthcare” dedicato all’esperienza dell’Ospedale San Raffaele, emerge una provocazione che ribalta la questione della responsabilità professionale: se l’accuratezza diagnostica dei modelli supera statisticamente quella dei medici umani in determinate categorie, allora “è più etico usare la tecnologia che non usarla“. Un’affermazione che richiede coraggio, ma che apre a nuove appassionanti possibilità nel contesto che viviamo.

Il professor Massimo Buscema del Laboratorio di analisi clinica “Semeion Lab” porta un altro esempio di frontiera: un sistema di AI predittiva elaborato dal suo centro, applicato con efficacia a diverse discipline tra cui la previsione di attacchi terroristici. Il freno alla diffusione di queste enormi innovazioni, sottolinea Buscema, non è tecnologico ma amministrativo e riguarda più il funzionamento di enti e istituzioni. Rappresentati dal Ministro della Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo, che raccoglie spunti proponendo una lettura utile, secondo cui l’AI non è uno strumento di delega, ma un’occasione per aumentare il controllo individuale: “Le persone hanno una responsabilità ancora maggiore oggi che le AI hanno il controllo dei dati”.

In generale i temi politici (l’anno scorso rappresentati, si ricorderà, dai confronti anche accesi tra Brando Benifei, Alec Ross e Guido Scorza sull’AI Act) hanno lasciato spazio ai dibattiti sulle opportunità.

A chiudere il quadro, la composizione stessa della platea, che risuonava di occasione, urgenza e ottimismo. Rispetto alle edizioni precedenti, si è registrata una presenza meno centrale dei grandi nomi (big tech e multinazionali della consulenza) a vantaggio di un’energia diffusa fatta di startup, progetti emergenti e realtà in crescita, smaniose di incontri, ispirazioni reciproche e collaborazioni. È in questo entusiasmo che risiede il più grande risultato dell’AI Week, principale fulcro relazionale dell’ecosistema AI europeo. Più che mai, rivolto verso il futuro.


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