Uno studio collega l’uso quotidiano dell’intelligenza artificiale a un rischio maggiore di depressione e ansia

Il dato più significativo riguarda le probabilità di depressione moderata, risultate del 30% più elevate tra chi utilizza l'AI ogni giorno rispetto a chi non la usa affatto

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Uno studio collega l’uso quotidiano dell’intelligenza artificiale a un rischio maggiore di depressione e ansia

Un uso quotidiano di intelligenza artificiale potrebbe particolarmente dannoso per la mente. Lo sostiene un ampio studio pubblicato il 21 gennaio 2026 su JAMA Network Open, che collega l’utilizzo intensivo dell’AI a un rischio più alto di sviluppare sintomi di depressione, ansia e irritabilità.

La ricerca, condotta da un team guidato dallo psichiatra Roy Perlis del Massachusetts General Hospital e della Harvard Medical School, ha coinvolto quasi 21.000 adulti statunitensi provenienti da tutti i 50 stati. Tra i partecipanti, il 10,3% ha dichiarato di utilizzare l’AI generativa almeno una volta al giorno, mentre il 5,3% ha riferito di farne uso più volte al giorno.

Il dato più significativo riguarda le probabilità di depressione moderata, risultate del 30% più elevate tra chi utilizza l’AI ogni giorno rispetto a chi non la usa affatto. L’associazione si è rivelata particolarmente marcata nella fascia 25-64 anni, dove il rischio saliva fino al 50% in più tra i 45 e i 65 anni.”Abbiamo scoperto che l’uso quotidiano dell’AI era diffuso e significativamente associato a sintomi depressivi e ad altri sintomi affettivi negativi“, ha dichiarato Perlis, sottolineando come lo stesso schema sia emerso anche per ansia e irritabilità.

Un elemento chiave riguarda il tipo di utilizzo. Tra chi usa l’AI quotidianamente, quasi la metà lo fa per lavoro, ma l’87,1% dei partecipanti ha ammesso di ricorrere ai chatbot anche per ragioni personali, come consigli o supporto emotivo. Ed è proprio in questo utilizzo più intimo che il legame con i sintomi depressivi si è mostrato più forte.

Perlis e i coautori hanno tracciato un parallelo con un fenomeno già noto agli studiosi di salute mentale, quello dei social media. “Questo quadro emergente è coerente con le osservazioni precedenti relative all’uso dei social media“, hanno scritto i ricercatori.

Il tema non è nuovo per chi si occupa di benessere psicologico. “I tassi di ansia, depressione e burnout sono letteralmente esplosi“, ha affermato la psicologa psicoanalitica Emily Anhalt. Una lettura condivisa da Jodi Halpern, co-direttrice del Kavli Center for Ethics, Science and the Public della University of California, Berkeley, secondo cui si tratta di un problema globale. “C’è un aumento del 25% dei problemi di salute mentale in tutto il mondo, un numero enorme se si pensa a tutte le persone coinvolte“, ha spiegato Halpern.

Gli autori precisano che la ricerca fotografa una correlazione, non una relazione di causa-effetto diretta. Per stabilire un nesso causale servirebbe uno studio randomizzato, difficile da realizzare su larga scala. Restano aperte ipotesi sui meccanismi in gioco, tra cui la possibilità che un uso eccessivo dell’AI favorisca dipendenza e isolamento sociale, oltre a segnalazioni su un possibile aggravamento di stati deliranti in soggetti vulnerabili.

Il quadro si complica se si considera una tendenza parallela e apparentemente contraddittoria, quella di affidarsi ai chatbot come sostituti della psicoterapia tradizionale, scelti per accessibilità, costo contenuto e maggiore privacy percepita. Gli esperti mettono però in guardia sulla mancanza di una supervisione scientifica adeguata su questo tipo di utilizzo, ricordando che una relazione con un sistema artificiale non può sostituire il lavoro costruito con un professionista in carne e ossa.

Non è un dettaglio da poco, considerando che quest’anno Character.ai e Google hanno raggiunto accordi transattivi in cause legali che li accusavano di aver contribuito a crisi di salute mentale e persino a suicidi tra adolescenti utenti delle loro piattaforme conversazionali. Restano anche esperti ottimisti sul potenziale dell’AI applicata alla salute mentale, se sviluppata e usata correttamente, purché accompagnata da studi rigorosi.

Per ora, il messaggio dello studio pubblicato su JAMA Network Open è di cautela più che di allarme. Non è l’AI in sé a rappresentare un pericolo, quanto piuttosto il modo e la frequenza con cui viene utilizzata, soprattutto quando sostituisce, invece di affiancare, le relazioni umane e il supporto psicologico professionale.

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