Elon Musk ha dichiarato di aver vissuto la cosiddetta “AI or SI psychosis” circa sei volte nell’ultimo anno. Lo ha detto il 10 ottobre durante l’X Takeover, un incontro organizzato in modo indipendente che ha riunito appassionati di Tesla e tecnologia. “Ho un po’ di cyber psychosis”, ha spiegato, aggiungendo: “Forse parecchia, in realtà”.
La frase è arrivata dopo una domanda sulle novità dell’intelligenza artificiale che lo hanno colpito di più. Musk ha parlato della musica e dei video musicali generati dall’IA, che a suo avviso mostrano qualcosa di più difficile da misurare della precisione tecnica. Un software si può testare su regole precise, ha spiegato, mentre creare immagini e suoni che le persone trovano belli richiede gusto, armonia, risonanza emotiva. “Ti chiedi: l’IA può avere buon gusto? È pazzesco”, ha detto. Ha citato anche un esempio di video realizzato con più strumenti di IA e materiali artistici scelti da una persona, quindi con un intervento umano nel processo.
Nessuno ha presentato le sue parole come una diagnosi clinica. Musk non ha parlato di cure né di sintomi: ha usato l’espressione in tono scherzoso, dentro una discussione sulla creatività. Il termine “AI psychosis” non ha del resto una definizione medica ufficiale. Alcuni esperti lo usano per indicare i casi in cui le conversazioni con i chatbot rafforzano convinzioni deliranti o confondono il confine tra realtà e contenuti generati. Nei casi più gravi i danni riguardano la vita personale e lavorativa di chi ne è coinvolto.
Nella Silicon Valley l’espressione ha preso una seconda vita, più goliardica. Il mese di marzo il capo di Y Combinator, Garry Tan, aveva scherzato dicendo di avere la “cyber psychosis” e di conoscere un terzo dei CEO con lo stesso problema. A una festa di maggio i presenti hanno cantato “AI psychosis” in coro. Il venture capitalist Marc Andreessen ha rilanciato con la sigla AIPAAS, “AI Psychosis As A Service”, opponendola all'”AI cope”, cioè all’autoconsolazione di chi minimizza. Quella che nasceva come presa in giro verso gli entusiasti dell’IA è diventata, per alcuni, una medaglia da esibire.
Musk ha usato anche la sigla “SI”, cioè superintelligenza, il termine con cui un recente ordine esecutivo del presidente Donald Trump ha ribattezzato l’intelligenza artificiale. Futurism ha letto l’uscita come un vanto, ricordando che Musk punta tutto su Grok, il suo chatbot descritto come “alla ricerca della massima verità”. Altri commentatori hanno trovato il tono poco rassicurante, visto il peso che le sue parole hanno sul dibattito pubblico.
Resta una distanza tra il gioco linguistico e il fenomeno reale. Se i leader del settore continueranno a trattare la “psicosi da IA” come un tratto di colore, il rischio è che il termine perda forza proprio mentre i casi documentati di dipendenza emotiva dai chatbot crescono e chiedono risposte serie.
