Nel 2011 un gruppo di ricercatori coniò l’espressione “effetto Google” per descrivere come il motore di ricerca più famoso del mondo stesse cambiando la nostra memoria. Lo studio dimostrò che le persone tendevano a ricordare dove trovare un’informazione piuttosto che l’informazione stessa. Oggi, a distanza di quindici anni, la massiccia diffusione dell’intelligenza artificiale generativa sta riaccendendo quel dibattito, ma con toni decisamente più allarmanti. La domanda che scienziati e psicologi si pongono non riguarda più soltanto la memoria a breve termine, bensì un potenziale e progressivo impoverimento delle nostre capacità cognitive globali.
I primi dati empirici tracciano un quadro su cui riflettere. Una delle ricerche più emblematiche è stata condotta dal MIT Media Lab di Boston sotto la guida della ricercatrice Nataliya Kosmyna. Gli esperti hanno monitorato l’attività cerebrale di un campione di studenti attraverso l’elettroencefalogramma durante lo svolgimento di alcuni testi scritti. I risultati biologici hanno evidenziato una netta riduzione della connettività neurale nelle aree dedicate alla memoria e ai processi semantici tra coloro che utilizzavano chatbot come ChatGPT. Il dato comportamentale è ancora più sorprendente, in quanto ben l’83,3% dei partecipanti che avevano delegato la scrittura all’algoritmo non è stato in grado di ricordare o citare una singola frase del proprio elaborato pochi minuti dopo averlo completato. Questo fenomeno, ribattezzato dagli scienziati come amnesia digitale o debito cognitivo, suggerisce che il cervello smette di interiorizzare i concetti nel momento in cui percepisce che lo sforzo intellettuale è stato esternalizzato.
Il fenomeno prende il nome tecnico di cognitive offloading, ovvero lo scaricamento cognitivo. Se in passato l’essere umano ha sempre delegato compiti pratici o calcoli matematici a strumenti esterni, oggi per la prima volta si trova a demandare compiti che definiscono l’essenza stessa del pensiero critico. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nel suo rapporto Digital Education Outlook, ha evidenziato quello che definisce il paradosso dell’apprendimento legato alla AI. Secondo i dati raccolti, quasi i due terzi dei giovani europei tra i 16 e i 24 anni utilizzano regolarmente strumenti di AI generativa. Il paradosso risiede nel fatto che questi sistemi aumentano l’efficienza e la qualità apparente del risultato finale, ma riducono drasticamente l’apprendimento effettivo, poiché eliminano l’attrito mentale fondamentale per fissare le competenze.
Non si tratta solo di studenti. Uno studio condotto dal ricercatore Michael Gerlich su oltre seicento partecipanti di diverse fasce d’età ha confermato che l’uso frequente di assistenti virtuali predice punteggi più bassi nei test di pensiero critico. I soggetti più giovani mostrano la dipendenza più alta e i risultati peggiori. Quando la macchina fornisce risposte immediate, l’essere umano tende a manifestare una sorta di pigrizia metacognitiva, accettando passivamente la prima soluzione proposta pur di raggiungere l’obiettivo con il minimo sforzo.
Gli esperti del settore concordano sul fatto che lo strumento in sé non sia dannoso, ma lo diventa il modo in cui interagisce con la nostra psicologia. Come spiegato da Lauren Richmond, professoressa associata di scienze cognitive alla Stony Brook University, l’esternalizzazione della memoria è utile se serve a liberare risorse mentali per compiti più complessi. Il rischio attuale è che la AI non venga usata come un collaboratore con cui dialogare, bensì come un sostituto del pensiero. Se l’utente non compie uno sforzo critico iniziale e non valida i contenuti, il processo creativo si appiattisce, portando a una preoccupante standardizzazione delle idee e delle soluzioni nei contesti lavorativi e scolastici. La sfida del futuro prossimo non sarà limitare l’evoluzione tecnologica, ma imparare a esercitare i muscoli mentali per evitare che la massima efficienza digitale coincida con la nostra pigrizia intellettuale.
UK, l'allarme degli esperti: l'AI mina le capacità intellettuali delle nuove generazioni
Il fenomeno, definito "offloading cognitivo", è il risultato della delega…
