L’ex ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov è volato a Washington per un viaggio che i suoi canali definiscono tecnico ma che è, nella sostanza, politico. L’incontro con Alex Karp, amministratore delegato di Palantir, è dato per acquisito (Karp è già stato a Kiev due volte). Ma non si esclude che Fedorov possa confrontarsi anche con il fondatore e presidente Peter Thiel, eminenza grigia del tech AI americano e punto di riferimento dell’amministrazione Trump. Si vocifera anche attorno a un eventuale incontro con Elon Musk in quanto esponente di Starlink e dai canali diplomatici di Fedorov trapela solo un “vedremo“, che non suona come un no.
Da qui nasce una tesi che vale la pena discutere, con le cautele del caso: che la guerra in Ucraina, nel mezzo della sua fase più tecnologica, sia diventata il nuovo braccio di ferro per due tra le figure più in vista del tech americano. Che si sfidano vicendevolmente, inoltre, da un quarto di secolo.
Due strumenti, due filosofie
Musk e Thiel offrono a Kyiv due cose diverse, con finalità opposte.
Starlink è l’infrastruttura di comunicazione che ha tenuto in piedi l’esercito ucraino fin dai primi giorni dell’invasione russa: senza connettività satellitare, gran parte della catena di comando sul campo (droni compresi) semplicemente non funzionerebbe. Ma nei fatti Musk ha ripetutamente condizionato l’uso dello strumento a proprie valutazioni politiche, più che trattarlo come un servizio neutro. Ne ha limitato la copertura durante la controffensiva del 2022 su Kherson, ha rifiutato di attivare Starlink per un attacco ucraino contro la flotta russa nel Mar Nero vicino a Sebastopoli, e più di recente ha collaborato con Kiev per bloccare l’uso non autorizzato dei terminali Starlink da parte dell’esercito russo sui droni d’attacco in Ucraina (intervento che gli è valso il conferimento dell’Ordine della Libertà da parte di Zelensky, la più alta onorificenza ucraina).
Ma Musk non è allineato sulle richieste ucraine di usare Starlink per guidare missili e droni in profondità sul territorio russo. Avrebbe dichiarato che una decisione del genere dovrebbe essere “coperta politicamente” da Donald Trump e teme che sancirebbe una possibile escalation. Nel frattempo ha anche messo sul tavolo, pubblicamente, un suo piano di pace per l’Ucraina che prevede referendum nei territori occupati sotto supervisione Onu, la cessione della Crimea alla Russia e la neutralità di Kiev rispetto alla Nato. Proposta che riecheggia, quasi punto per punto, le richieste russe, e che gli è valsa la battuta al vetriolo dell’ambasciatore ucraino in Germania.
Palantir gioca un’altra partita. L’azienda di Thiel e Karp fornisce all’Ucraina i sistemi di guida per droni e missili basati su intelligenza artificiale, la mappatura delle traiettorie di volo, l’intelligence che ha reso possibili gli attacchi ucraini in profondità contro raffinerie e centri logistici russi. Karp lo ha detto senza troppi giri di parole a Reuters: “Parte del sistema di targeting ucraino siamo noi“. Diverse ricostruzioni indicano in questo software di targeting uno dei fattori decisivi degli attacchi ucraini in profondità dell’ultimo anno. Quanto, se non più, della connettività satellitare. E a differenza di Musk, non risultano dichiarazioni pubbliche di Thiel o di Karp che pongano condizioni politiche all’uso offensivo della tecnologia. Il fondo di Thiel, Founders Fund, è inoltre da anni tra i sostenitori di Anduril, l’altra azienda della difesa made in Silicon Valley cresciuta anche grazie ai contratti legati alla guerra in Ucraina: secondo indiscrezioni riportate dalla stampa finanziaria, sarebbe in corso una trattativa per un nuovo round che valuterebbe l’azienda attorno ai 28 miliardi di dollari.
Fedorov, di fatto, non vuole perdere l’appoggio di nessuno dei due, ma è consapevole che rappresentano due volti diversi della politica tech estera americana. L’ex ministro sta cercando di convincere Musk ad allentare le restrizioni su Starlink, mentre continua a costruire sull’infrastruttura di targeting che Palantir già fornisce.
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Equilibrio geopolitico
Non esiste, a oggi, una dichiarazione pubblica in cui Musk o Thiel si posizionino esplicitamente l’uno contro l’altro sull’Ucraina. Diverse analisi sul ruolo della Silicon Valley nella politica estera dell’amministrazione Trump descrivono Thiel come “l’architettura finanziaria” del sistema e Musk come il volto tecnologico più visibile, spesso in passato anche al fianco di Trump nei viaggi istituzionali. I due sembrano più ingranaggi diversi di uno stesso sistema di potere informale, più che due avversari.
Tuttavia, nei fatti, le due visioni del potere tecnologico applicato al conflitto aprono a scenari diversi. Da una parte uno strumento di connettività è trattato come leva negoziale verso una pace ai termini russi; dall’altra un sistema d’arma intelligente è messo a disposizione senza remore politiche dichiarate. Non va dimenticato che Musk ha rotto con l’amministrazione che lo aveva inizialmente promosso e dall’altra parte Peter Thiel vanta un suo allievo diretto (Vance) alla Casa Bianca. Fedorov, che a Washington porta con sé anche l’ambizione di costruire un fondo d’investimento Usa-Ucraina e un think tank, sta letteralmente cercando di tenere in equilibrio due sponsor che remano, se non in direzioni opposte, quantomeno a velocità e con obiettivi diversi
Kiev, insomma, vede una parte della propria sopravvivenza strategica dipendere sempre più dalla rivalità implicita o esplicita tra un numero ristretto di attori privati americani, con agende commerciali e politiche proprie e senza responsabilità verso nessun elettorato, né americano né ucraino.
Dalla PayPal Mafia a Trump
Quando i nomi di Musk e Thiel compaiono insieme, ci sono riferimenti storici sui quali sta stampa americana vuole soffermarsi spesso. Entrambi, sono membri fondatori della cosiddetta “PayPal Mafia”. Nel settembre 2000, mentre Musk era in viaggio di nozze in Australia, Thiel stesso (insieme a Max Levchin, Reid Hoffman e David Sacks, con l’appoggio del consiglio d’amministrazione) orchestrò la sua estromissione dalla guida di PayPal, mettendo se stesso come amministratore delegato ad interim. Nella biografia scritta da Walter Isaacson, Musk racconta di aver avuto, all’epoca, veri e propri pensieri omicidi nei confronti di Thiel, salvo poi ammettere che quella cacciata si rivelò una fortuna: gli permise comunque di conservare una partecipazione che, con l’IPO del 2002 e la successiva vendita di PayPal a eBay, gli avrebbe fruttato un capitale che investì in Tesla e nella fondazione di SpaceX. Da allora i due sono rimasti nella stessa orbita ma non sono mai più stati vicini.
Oggi quella distanza si è fatta anche politica. Come detto, il vicepresidente americano JD Vance è, per formazione e per finanziamento, un uomo di Thiel: fu proprio Thiel a lanciare la sua carriera politica sostenendone la campagna al Senato in Ohio nel 2022, e la rete di relazioni che ha portato Vance alla Casa Bianca passa in larga parte da lì. Musk, al contrario, dopo mesi da protagonista del governo Trump con il Department of Government Efficiency, ha rotto pubblicamente con l’amministrazione nell’estate 2025 sulla legge di bilancio, addirittura minacciando di fondare un partito autonomo (la “America Party”) salvo poi ridimensionare il progetto.
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