Ricercatori militari cinesi utilizzano modelli AI statunitensi per addestrare i propri sistemi di difesa

Secondo fonti giornalistiche si tratterebbe di modelli sviluppati da OpenAI e Anthropic

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Ricercatori militari cinesi utilizzano modelli AI statunitensi per addestrare i propri sistemi di difesa

Secondo un’inchiesta esclusiva pubblicata da Reuters, ricercatori militari cinesi avrebbero utilizzato i risultati prodotti da modelli AI sviluppati da OpenAI e Anthropic per addestrare sistemi di difesa nazionali. La notizia, che ha già acceso un dibattito globale sul confine tra innovazione tecnologica e sicurezza nazionale, rivela come Pechino stia cercando di colmare il divario con gli Stati Uniti in un settore sempre più strategico.

Il metodo alla base di questa operazione è noto come distillazione dei modelli. In pratica, invece di limitarsi a replicare le architetture dei sistemi AI occidentali, i ricercatori cinesi avrebbero analizzato gli output, cioè le risposte e le decisioni generate da modelli come quelli di OpenAI o Anthropic, per estrarre pattern, strategie decisionali e insight tecnici da applicare ai propri sistemi militari.

Secondo quanto riportato dai documenti e dalle fonti consultate da Reuters, questa tecnica permetterebbe di accelerare lo sviluppo di applicazioni AI in ambiti sensibili, come la sorveglianza di massa, la guerra cibernetica e le operazioni tattiche sul campo. In un contesto in cui la superiorità tecnologica è sempre più legata alla capacità di innovare rapidamente, la Cina starebbe quindi sfruttando una scappatoia strategica: anziché reinventare la ruota, ne studierebbe il funzionamento osservando come gira.

La notizia arriva in un momento in cui le tensioni tra Stati Uniti e Cina sul controllo delle tecnologie AI sono già altissime. Solo pochi giorni fa, l’amministrazione Trump ha annunciato il divieto di importazione di robot umanoidi cinesi negli USA, una misura volta a proteggere lo sviluppo dell’AI americana da possibili spionaggi o influenze esterne.

Ma il caso dei modelli AI usati per scopi militari rappresenta un nuovo livello di complessità. A differenza delle sanzioni commerciali o dei divieti di esportazione, che colpiscono direttamente le aziende, questa pratica si basa su informazioni pubblicamente disponibili: gli output dei modelli, cioè le risposte che chiunque può ottenere interagendo con chatbot come ChatGPT o Claude, vengono infatti utilizzati come dati di addestramento per sistemi militari.

“È come se un paese straniero copiasse i manuali di strategia militare americani semplicemente leggendo i libri che chiunque può acquistare in libreria”, spiega Elsa Kania, analista del Center for a New American Security e autrice di studi sull’ascesa tecnologica cinese. “Il problema è che questi modelli non sono progettati per essere usati in questo modo, e non ci sono regole chiare su come proteggere le loro informazioni sensibili”.

La notizia ha già scatenato una serie di reazioni a livello internazionale. Mentre alcuni governi, come quello giapponese e australiano, hanno espresso preoccupazione ufficiale, altri, come la Russia, hanno preferito mantenere un profilo basso, forse per non alimentare ulteriormente il dibattito su un tema già altamente polarizzante.

L’Unione Europea, che negli ultimi anni ha cercato di porsi come regolatore globale dell’AI con il AI Act, non ha ancora rilasciato una dichiarazione ufficiale. Tuttavia, fonti interne alla Commissione europea hanno fatto trapelare che “si sta valutando l’introduzione di misure più stringenti per prevenire l’uso improprio dei modelli AI, anche da parte di attori statali”.

Anche le aziende coinvolte, OpenAI e Anthropic, non hanno ancora commentato ufficialmente la vicenda. Tuttavia, secondo quanto riportato da Reuters, entrambe le società sarebbero già al lavoro per migliorare i filtri e i controlli sui propri modelli, in modo da rendere più difficile l’estrazione di informazioni utili per scopi militari.

Gli esperti avvertono che, se non regolamentata, questa tecnica potrebbe portare a una proliferazione incontrollata di armi autonome, sistemi di sorveglianza di massa ancora più invasivi e strategie di guerra cibernetica sempre più sofisticate. “Il rischio non è solo che la Cina sviluppi sistemi militari più avanzati”, sottolinea Kania“ma che altri paesi, in Asia, in Medio Oriente o in Africa, seguano lo stesso esempio, innescando una corsa agli armamenti AI senza precedenti”.

Potrebbe nascere un nuovo trattato, simile a quelli che limitano la proliferazione delle armi nucleari, per controllare l’uso militare dell’AI. Tuttavia, la strada è in salita, vista la riluttanza di molti paesi a cedere sovranità su un settore così strategico.

Potrebbero essere le stesse aziende, come OpenAI e Anthropic, a introdurre meccanismi di sicurezza più stringenti, come la cifratura dei dati o la limitazione delle risposte in ambiti sensibili. Ma anche in questo caso, la sfida è enorme: “Se un modello AI è pubblico, è difficile controllare chi lo usa e per quali scopi”, spiega un ingegnere di una delle principali aziende del settore.

Gli Stati Uniti potrebbero estendere le misure già in vigore, come il ban alle esportazioni di chip avanzati verso la Cina, anche ai modelli AI. Tuttavia, questa strategia rischia di essere controproducente, accelerando lo sviluppo di alternative cinesi indipendenti.

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