Nessuna correlazione tra AI e licenziamenti: lo studio del capo di Apollo Global Management

L'economista Torsten Slok rispolvera il paradosso di Jevons

Lavoro 1 giu 2026

3 min.

Nessuna correlazione tra AI e licenziamenti: lo studio del capo di Apollo Global Management

I dati sui posti di lavoro non mostrano alcun segnale di collasso occupazionale causato dall’intelligenza artificiale. È la tesi di Torsten Slok, economista capo di Apollo Global Management, uno dei maggiori fondi di investimento al mondo, che ha analizzato i dati settimanali dell’ADP — il principale provider privato di statistiche sull’occupazione negli Stati Uniti — arrivando a una conclusione secca: “zero evidence of job losses because of AI”. Nessuna prova. Anzi, secondo Slok, il boom degli investimenti in intelligenza artificiale sta spingendo l’occupazione verso l’alto, non verso il basso.

Le aziende, spiega Slok, non stanno licenziando per colpa dell’IA: stanno assumendo esperti di implementazione, ingegneri di data center, specialisti di semiconduttori. La costruzione dell’infrastruttura tecnologica — server, chip, impianti energetici — genera domanda di lavoro qualificato e fa salire i salari in quei settori. Ad aprile, secondo il rapporto ADP, le aziende private americane hanno aggiunto circa 110.000 posti di lavoro. Per spiegare il meccanismo, Slok ricorre al cosiddetto paradosso di Jevons: quando una tecnologia diventa più efficiente e meno costosa, la domanda per quella tecnologia — e per chi la gestisce — cresce, non cala. È quello che successe con il carbone nell’Ottocento dopo l’invenzione del motore a vapore. Oggi, sostiene Slok, lo stesso meccanismo si applica al lavoro umano nell’era dell’IA.

Lo scenario descritto dall’economista di Apollo si scontra però con una realtà più complicata. Nel solo 2026, fino a maggio, oltre 115.000 lavoratori tech hanno perso il posto, una cifra che si avvicina già ai 124.000 dell’intero 2025. Meta ha tagliato circa 8.000 posizioni, il 10% della forza lavoro, citando esplicitamente il passaggio all’IA. Snap ha eliminato 1.000 ruoli, il 16% del personale. Secondo i dati della società di ricerca Challenger, Gray & Christmas, il 48% dei licenziamenti tracciati nel 2026 è stato attribuito ufficialmente dall’azienda stessa all’automazione e all’intelligenza artificiale. Eppure il Yale Budget Lab ha rilevato nessuna variazione significativa nei tassi di disoccupazione dei mestieri più esposti all’IA dall’arrivo di ChatGPT a oggi. La contraddizione è dunque forte: i licenziamenti esistono, ma non si traducono in un aumento strutturale della disoccupazione. Molti economisti parlano di “AI washing” — l’abitudine di attribuire all’intelligenza artificiale tagli che sarebbero comunque avvenuti per ragioni di costi o riorganizzazione.

In questo contesto arriva la svolta più discussa della settimana: Sam Altman, fondatore e CEO di OpenAI, ha dichiarato di essere “delighted to be wrong” — felice di essersi sbagliato — riguardo all’impatto dell’IA sull’occupazione. Solo un anno fa, prevedeva che intere categorie di lavoro sarebbero sparite. Dario Amodei di Anthropic aveva invece pronosticato che l’IA avrebbe eliminato fino al 50% dei lavori d’ufficio di primo livello entro cinque anni, con una disoccupazione potenzialmente al 10-20%. Ora entrambi hanno cambiato tono, descrivendo l’IA come un moltiplicatore di produttività piuttosto che un distruttore di posti. La tempistica non è passata inosservata: OpenAI punta a una quotazione in borsa che potrebbe valere oltre mille miliardi di dollari, mentre Anthropic tratta finanziamenti a una valutazione di circa 900 miliardi. Analisti di mercato osservano che presentare l’IA come strumento che amplia il lavoro umano è molto più vendibile agli investitori istituzionali rispetto a descriverla come una macchina che svuota gli uffici. La governatrice della Federal Reserve Lisa Cook ha invece mantenuto un tono più cauto, avvertendo che “we could be approaching the most significant reorganization of work in generations.”

Quello che emerge da questa vicenda è una tensione strutturale tra narrazione e misurazione. I dati aggregati sull’occupazione non mostrano ancora una catastrofe, ma i singoli settori raccontano storie diverse: meno assunzioni junior, headcount ridotto a parità di output, posizioni che sopravvivono nel titolo ma non nel numero. Il quadro cambierà quando l’IA agentiva — quella che non suggerisce, ma esegue autonomamente compiti complessi — entrerà davvero a regime nei processi aziendali. A quel punto, le previsioni di Slok e quelle di Amodei verranno messe alla prova dai fatti, non dai prospetti di una quotazione in borsa.


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