Se c’è un treno in corsa che le economie emergenti non possono permettersi di perdere, questo si chiama intelligenza artificiale. Secondo un rapporto pubblicato nei giorni scorsi dalla Banca Mondiale, l’AI potrebbe rappresentare una vera e propria “scaletta di salvezza” per i paesi in via di sviluppo, offrendo la possibilità di comprimere in un decennio quello che, senza questo strumento, richiederebbe un secolo di progresso. Ma attenzione: il tempo stringe. Per non restare indietro, questi paesi devono agire subito per potenziare le infrastrutture energetiche e digitali, senza le quali il potenziale dell’AI rischia di rimanere solo un miraggio.
Il documento della Banca Mondiale, intitolato “Artificial Intelligence in Emerging Markets”, non lascia spazio a dubbi. L’AI può abbattere costi e barriere di ingresso per le imprese locali, permettendo di sviluppare modelli di business innovativi che altrimenti richiederebbero decenni. Il rapporto sottolinea come, in un’era di crescita economica debole, l’AI possa diventare il motore di una trasformazione senza precedenti.
Ma qual è il vero valore aggiunto? Secondo gli esperti, l’AI consente di superare ostacoli storici, come la mancanza di accesso a capitali o tecnologie avanzate. Nei paesi in via di sviluppo, infatti, le piccole e medie imprese faticano spesso a competere con i giganti internazionali. L’AI, invece, può livellare il campo di gioco, permettendo anche alle realtà più piccole di accedere a strumenti di analisi, automazione e gestione che fino a pochi anni fa erano appannaggio solo delle grandi corporation.
Un esempio concreto arriva dall’Africa subsahariana. Secondo un’analisi del Fondo Monetario Internazionale pubblicata lo scorso luglio, un miglioramento dell’approvvigionamento elettrico e della connettività internet potrebbe aumentare il PIL della regione del 4% nei prossimi dieci anni, proprio grazie all’adozione dell’AI. Un dato che, da solo, racconta l’enorme potenziale inespresso di queste tecnologie.
Non tutto, però, è rose e fiori. Il rapporto della Banca Mondiale mette in guardia: senza un’infrastruttura adeguata, l’AI rischia di diventare un privilegio per pochi. E qui entrano in gioco due elementi chiave: l’energia e il digitale.
Molti paesi emergenti, infatti, soffrono ancora di carenze strutturali nella fornitura di elettricità e nella copertura della rete internet. Senza una rete stabile e accessibile, l’AI non può essere implementata su larga scala. È come avere un’automobile di ultima generazione senza strade su cui circolare.
Secondo il rapporto, il 60% dei paesi in via di sviluppo non ha ancora una copertura internet sufficientemente diffusa per sfruttare appieno le potenzialità dell’AI. Una situazione che rischia di acuire il divario tra paesi ricchi e poveri, creando una nuova forma di apartheid digitale.
Gli economisti della Banca Mondiale non si limitano a lanciare l’allarme. Chiedono azioni concrete da parte dei governi e delle istituzioni internazionali. In particolare, sottolineano la necessità di investire in infrastrutture energetiche per garantire una fornitura stabile e sostenibile di elettricità, estendere la copertura internet anche nelle aree rurali e remote, formare una nuova generazione di professionisti capaci di sviluppare e gestire soluzioni basate sull’AI e creare quadri normativi favorevoli che incentivino l’innovazione senza soffocarla con regolamentazioni troppo stringenti.
Se da un lato l’AI rappresenta un’opportunità senza precedenti, dall’altro non tutti i paesi sono pronti a coglierla. Secondo uno studio del World Economic Forum, solo il 30% delle economie emergenti ha attualmente le condizioni necessarie per integrare l’AI nei propri processi produttivi. Il restante 70% dovrà affrontare sfide immense, che vanno dalla mancanza di competenze alla carenza di investimenti.
Tuttavia, ci sono già esempi virtuosi. In India, ad esempio, l’AI viene utilizzata per migliorare l’efficienza dei servizi pubblici, mentre in Kenya sta rivoluzionando il settore agricolo, permettendo ai piccoli produttori di prevedere meglio i raccolti e ottimizzare l’uso delle risorse idriche. Questi casi dimostrano che, dove ci sono volontà politica e investimenti mirati, i risultati possono arrivare rapidamente.
Il pericolo, però, è quello di assistere a un divario ancora più marcato tra chi riesce a sfruttare l’AI e chi rimane indietro. Secondo un rapporto dell’ONU, l’80% degli investimenti globali in AI finisce nei paesi sviluppati, mentre i paesi emergenti faticano ad attrarre capitali e talenti. Una situazione che rischia di cristallizzare le disuguaglianze esistenti, rendendo ancora più difficile per i paesi poveri recuperare il gap.
Per evitare questo scenario, gli esperti chiedono un impegno coordinato da parte della comunità internazionale. Servono fondi dedicati, programmi di cooperazione e partnership pubblico-privato che permettano ai paesi in via di sviluppo di costruire le infrastrutture necessarie.
L’AI è qui. È una realtà che sta già trasformando il modo in cui lavoriamo, produciamo e viviamo. Per le economie emergenti, rappresenta l’opportunità di un secolo, ma anche una sfida senza precedenti. Come ha sottolineato la Banca Mondiale, “il treno dell’AI è già partito. Chi sale a bordo ora avrà la possibilità di cambiare il proprio futuro. Chi aspetta troppo, rischia di restare per sempre alla stazione”.
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