Il 29 settembre 2025, Donald Trump ha firmato un decreto esecutivo intitolato “Inaugurating the Era of Super Intelligence” che ordina a tutti i dipartimenti e le agenzie federali di sostituire il termine “Artificial Intelligence” — e la sigla AI — con “Super Intelligence” e la sigla SI in comunicazioni ufficiali, siti web, rapporti e documenti di policy. Il cambiamento non tocca regolamenti già emanati, contratti in vigore o documenti storici, ma vale per ogni nuova produzione dell’esecutivo.
La motivazione ufficiale è stilistica quanto sostanziale. Trump ha descritto “Artificial Intelligence” come un nome “molto ineloquente” che rende la tecnologia “falsa”. Il testo del decreto sostiene che i sistemi attuali “superano di gran lunga quanto previsto quando il termine è stato coniato” e che le macchine di frontiera oggi fanno molto più che imitare o automatizzare aspetti discreti dell’intelligenza umana. La Casa Bianca ha dato al proprio ufficio per la scienza e la tecnologia 60 giorni per elaborare una definizione federale ufficiale di “Super Intelligence” e proporre eventuali misure legislative aggiuntive.
Il decreto è arrivato al termine di un pranzo alla Casa Bianca con i vertici del settore. Tra i presenti figuravano Elon Musk, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, Sundar Pichai, Jensen Huang, Dario Amodei e Greg Brockman. I partecipanti hanno sottoscritto il cosiddetto “White House Accord on Super Intelligence”, che Trump ha definito “moralmente vincolante”. Non è un trattato e non ha forza legale, ma segnala una convergenza pubblica tra l’amministrazione e i principali attori del settore privato.
La Silicon Valley si è mossa rapidamente. Musk ha confermato che SpaceXAI — la sussidiaria AI di Space Exploration Technologies Corp. — si chiamerà SpaceXSI. Huang, presente anche al lancio del nuovo sito America.gov dove Trump aveva anticipato la mossa, ha adottato la nuova terminologia senza resistenza. La convergenza non è solo verbale: riflette un allineamento politico tra i vertici tech e l’amministrazione che dura da mesi e che ha già prodotto la revoca di diverse linee guida sulla sicurezza dei modelli risalenti alla presidenza Biden.
Il rebranding ha una logica politica precisa. L’espressione “artificial” evoca simulazione, finzione, qualcosa di inferiore all’umano. “Super Intelligence” invece proietta potenza, primato tecnologico americano, e si presta a un racconto in cui gli Stati Uniti non inseguono ma guidano. Trump lo ha detto esplicitamente: “Chiunque vinca la superintelligenza, vince”. Il cambio di nome serve anche a spostare l’asse del dibattito lontano dalla sicurezza — tema su cui l’amministrazione ha frenato ogni forma di regolamentazione — verso la competizione geopolitica con la Cina.
La domanda è se il termine attecchirà fuori dai confini dell’esecutivo. Nei laboratori di ricerca, nelle università e nei media internazionali, “AI” e “artificial intelligence” restano le diciture standard. Nessuna norma obbliga aziende private o istituzioni accademiche ad adottare la nuova sigla. Ma la pressione istituzionale esiste, e se i principali player del settore — già in fila dopo il pranzo alla Casa Bianca — continuano ad adeguarsi, il lessico potrebbe cambiare più in fretta di quanto sembri ragionevole aspettarsi.
