La sollevazione dei residenti dell’isola di Batam: c’è crisi idrica ma i data center consumano acqua

Recentemente circa 300 residenti hanno assaltato un compound di data center armati di bottiglie vuote e taniche

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La sollevazione dei residenti dell’isola di Batam: c’è crisi idrica ma i data center consumano acqua

L’isola indonesiana di Batam, davanti a Singapore, è diventata teatro di uno scontro tra il boom dell’intelligenza artificiale e il diritto all’acqua. Circa 300 residenti hanno assaltato un compound di data center armati di bottiglie vuote e taniche, gridando “Acqua! Acqua!“. Le loro case sono senza rubinetti funzionanti da tre mesi, mentre i server del Nongsa Digital Park dispongono di acqua sufficiente a raffreddare le macchine. “Neanche una goccia è uscita dai nostri rubinetti negli ultimi tre mesi“, ha raccontato alla BBC Dewi Susanti, del villaggio di Bakau Serip, dove la popolazione dipende da autobotti che distribuiscono acqua “sporca, torbida e maleodorante“.

Batam, un’isola di 1,3 milioni di abitanti, non ha fonti naturali di acqua dolce. I residenti vivono grazie alla pioggia raccolta in sei invasi artificiali, e il serbatoio di Nongsa, secondo le simulazioni dell’ONG Akar Bhumi Indonesia, potrebbe prosciugarsi entro un mese senza piogge. L’agenzia statale BP Batam attribuisce la crisi alla siccità prolungata, peggiorata da un episodio storico di El Niño, e nega che l’acqua destinata alle case venga dirottata sui data center. Il vicedirettore Denny Tondano ha spiegato alla stampa locale che le due reti di approvvigionamento sono separate, ma i manifestanti non ci credono, anche perché a settembre un altro corteo aveva già preso d’assalto gli uffici della zona economica speciale. Il 5 ottobre i residenti hanno bloccato l’accesso al parco digitale, e le autorità hanno promesso di ripristinare l’acqua corrente entro due giorni, inviando sei autobotti d’emergenza.

Il conflitto nasce da un’esplosione di investimenti. Le autorità di Batam hanno approvato dieci data center, sei dei quali sorgeranno a Nongsa, con capitali per oltre 6,7 miliardi di dollari entro la metà del 2026. A spingere è soprattutto Singapore, a un’ora di traghetto, che nel 2019 ha bloccato la costruzione di nuovi centri dati per vincoli di terra ed energia e dal 2022 ha rilanciato con standard di efficienza severi, spingendo gli investitori verso le vicinanze. Il risultato sono progetti faraonici, come un centro da 450 megawatt della singaporiana DayOne e una AI factory da 360 megawatt annunciata a giugno con Nvidia e la startup australiana Firmus Technologies. Entro il 2030 la domanda elettrica dei data center di Batam dovrebbe superare i 1.100 megawatt, l’equivalente di quasi un milione di abitazioni.

Il paradosso è che proprio l’acqua serve a non far friggere i server. I sistemi di raffreddamento consumano enormi quantità di liquido, e la ricerca statunitense suggerisce che un data center tipico usa circa 300.000 galloni al giorno, quanto mille famiglie statunitensi, mentre una struttura da 50 megawatt può consumare quanto 2.200 famiglie, secondo la banca centrale malesiana citata dalla BBC. Quanto consumino esattamente i centri di Batam non si sa, perché le imprese trattano questi dati come riservati. “Dovremmo costruire i data center in modo razionale, trasparente e responsabile, e insistere per vedere i numeri“, ha ammonito Agus Hasan, professore della Norwegian University of Science and Technology. “Altrimenti coloro che restano all’oscuro mentre i rubinetti si seccano reagiranno, e a ragione.“

Dopo le proteste, le autorità hanno imposto ai costruttori di realizzare propri impianti di desalinazione anziché attingere dagli invasi, con un obiettivo di circa 1.000 litri d’acqua al secondo trattata dal mare nei prossimi due o tre anni. Batam non è comunque un caso isolato. Dallo stato malesiano di Johor, dove i residenti si lamentano di rumore, polvere e tagli idrici, agli Stati Uniti e al Regno Unito, la reazione ai data center dell’intelligenza artificiale cresce ovunque le aziende tecnologiche investano miliardi nell’infrastruttura.

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