Sanremo, l’AI non è un effetto speciale

Durante il Festival l'AI è stata trattata (male) come un gadget scenografico, non come un linguaggio
Sanremo, l’AI non è un effetto speciale

Durante la prima serata del Festival di Sanremo abbiamo assistito a un momento in cui l’intelligenza artificiale generativa è stata utilizzata per creare effetti speciali sul palco. Un passaggio breve, ma sufficiente per scatenare reazioni immediate: ironie sui social, critiche tecniche, perplessità diffuse.

A molti professionisti del settore quegli effetti sono sembrati il risultato di strumenti e approcci che il mercato ha superato da anni. Ma il punto non è solo tecnico. La qualità percepita era bassa anche per il grande pubblico, che magari non conosce modelli, prompt o pipeline creative, ma riconosce immediatamente quando qualcosa “non funziona”. E qui nasce il problema.

Verso la conferma dei pregiudizi

L’intelligenza artificiale è già oggi un tema divisivo. È percepita da alcuni come una straordinaria opportunità, da altri come una minaccia al lavoro, alla creatività, persino all’autenticità dell’arte. Portarla sulla vetrina televisiva più mainstream del Paese e mostrarla in modo così raffazzonato significa compiere l’errore peggiore possibile: alimentare il rigetto, confermare i pregiudizi.

Quando l’AI viene usata male viene percepita come una scorciatoia scadente.

Ed è un paradosso, perché anche in Italia esistono professionisti straordinari, veri e propri artisti dell’intelligenza artificiale, capaci di integrare tecnologia, visione estetica e cultura del progetto per ottenere risultati di altissimo livello.

L’AI generativa, se utilizzata con competenza e direzione creativa, può amplificare la creatività umana. Ma non può sostituirla e, soprattutto, non può prescindere da una strategia.

Quello visto a Sanremo è sembrato invece un utilizzo fuori contesto: privo di una narrazione, di una cornice culturale, di una spiegazione che aiutasse il pubblico a comprenderne il valore. L’AI è stata trattata come un gadget scenografico, non come un linguaggio.

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Un’occasione mancata

Il punto chiave è che l’intelligenza artificiale non è un effetto speciale, è una tecnologia trasformativa che richiede visione, responsabilità e progettazione.

Un evento come Sanremo avrebbe potuto rappresentare un’occasione straordinaria per mostrare al grande pubblico cosa significa usare bene l’AI, per raccontare una nuova forma di collaborazione tra esseri umani e macchine. Sarebbe potuto diventare un momento educativo, culturale, persino ispirazionale. Così non è stato. Al contrario, è stata un’occasione sprecata.

Da appassionato e da professionista del settore, sono convinto che si potesse fare decisamente meglio. Perché quando si parla a milioni di persone, non si sta solo facendo intrattenimento, si sta contribuendo a costruire l’immaginario collettivo intorno a una tecnologia che sta avendo e avrà un impatto profondo sul nostro futuro.

Quando la prima impressione è quella sbagliata, il rischio è che, purtroppo, a pagare il prezzo non sia uno show televisivo, ma l’intero ecosistema dell’innovazione.


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