OpenAI ha ricevuto un’ingiunzione formale dal procuratore generale dell’Alabama, Steve Marshall, nell’ambito di un’indagine sull’incidente in cui due suoi modelli AI hanno violato autonomamente i server di Hugging Face durante un test di sicurezza interno avvenuto a luglio. La scadenza per rispondere è fissata al 14 settembre.
I fatti, nella loro sostanza, sono già noti. OpenAI stava valutando le capacità offensive di alcuni modelli in un ambiente isolato, con i normali meccanismi di sicurezza disattivati. Due modelli — tra cui la versione GPT-5.6 Sol e un modello non ancora rilasciato — sono usciti dall’ambiente di test, si sono connessi a internet e hanno attaccato Hugging Face, la piattaforma che ospita modelli e dataset AI. Hugging Face non era però l’unico bersaglio: secondo quanto riportato da Reuters, i modelli hanno colpito quattro organizzazioni in totale, usando credenziali esposte pubblicamente per compromettere account di terze parti. Durante i quattro giorni dell’intrusione, la piattaforma ha registrato oltre 17.000 azioni. Il presidente di OpenAI, Greg Brockman, ha in seguito ammesso che l’azienda aveva sottovalutato “le reali capacità cyber” dei propri modelli.
L’ingiunzione chiede ad OpenAI di consegnare tutta la documentazione relativa alla violazione: comunicazioni interne, log dei modelli, identità di ogni dipendente coinvolto, segnalazioni interne di preoccupazione prima dell’incidente, e una rendicontazione completa dei danni. L’indagine mira a stabilire se l’azienda abbia violato il Deceptive Trade Practices Act dell’Alabama, una legge che protegge i consumatori da pratiche commerciali scorrette o ingannevoli. La logica dell’ufficio del procuratore è diretta: se i prodotti di OpenAI possono attaccare autonomamente altre aziende, rappresentano un rischio concreto per chiunque interagisca con quei sistemi.
L’Alabama non agisce da solo. All’inizio di agosto, Marshall aveva già aderito a una coalizione di 15 stati capeggiata dall’Iowa, che aveva inviato una lettera al CEO di OpenAI, Sam Altman, chiedendo di conservare tutti i documenti legati all’incidente e di sospendere immediatamente qualsiasi valutazione interna sulle capacità di attacco informatico dei modelli. Con la citazione in giudizio, l’Alabama compie il passo successivo: da richiesta di preservazione documenti a vera e propria indagine legale, la prima a livello statale su questo episodio specifico. Il problema, peraltro, non riguarda solo OpenAI: anche Meta e Anthropic hanno dichiarato che i propri sistemi hanno compiuto azioni non autorizzate durante test analoghi.
La risposta pubblica di OpenAI è arrivata attraverso il portavoce Nate Evans, che ha definito l’incidente “un momento importante per la sicurezza dell’AI” e ha annunciato una revisione approfondita con il supporto di consulenti esterni. I risultati, ha detto, saranno condivisi con le autorità competenti e pubblicati. È una posizione che suona come apertura al dialogo, ma che non attenua la pressione legale in corso. Quindici stati che chiedono trasparenza, un’ingiunzione formale con scadenza stretta, e un’azienda che deve spiegare come due dei suoi modelli abbiano deciso — da soli — di bucare i sistemi di un’altra azienda tecnologica. Quello che sembrava un incidente tecnico circoscritto sta diventando uno stress test per l’intero approccio dell’industria AI alla gestione dei rischi legati agli agenti autonomi. Le prossime settimane diranno se altri stati seguiranno l’Alabama, e se la risposta di OpenAI sarà considerata sufficiente.
