In un mondo in cui password, PIN e scanner biometrici scandiscono ogni nostro accesso digitale, un gruppo di ricercatori americani ha scelto di guardare dentro di noi… letteralmente. La professoressa Yingying Chen (direttrice del Dipartimento Ingegneria Elettrica e Informatica presso la Rutgers School of Engineering) e il suo team hanno messo a punto un sistema di autenticazione che trasforma le vibrazioni del cranio in una firma digitale unica e impossibile da replicare.
Il progetto, di nome VitalID, si basa su tipologia di caratteristica biometrica mai identificata prima, o perlomeno non in modo così dettagliato.
Le vibrazioni del corpo
Di fatto il sistema “sente”, attraverso comuni visori per la realtà virtuale, le armoniche delle vibrazioni prodotte dai segni vitali che lavorano in contemporanea. Ogni cranio ha una struttura unica, e le vibrazioni generate dal nostro corpo si propagano attraverso le ossa della testa in modo caratteristico e non replicabile.
Respirazione e battito cardiaco generano onde meccaniche a bassa frequenza che creano componenti armoniche multiple. Differenze minime nella forma e densità delle ossa e dei tessuti molli rendono queste armoniche uniche per ciascun individuo. Algoritmi avanzati filtrano attraverso delle cuffie il rumore e una rete neurale estrae le caratteristiche distintive, trasformando segnali fisiologici in un identificatore digitale. VitalID ottengono delle micro-oscillazioni fisiche per farne un profilo biometrico personale.
A differenza delle biometrie tradizionali (impronte digitali, riconoscimento facciale o scansione dell’iride) che possono essere talvolta replicate e spesso richiedono hardware costoso, il sistema appare molto più sicuro. La “firma ossea” è praticamente impossibile da contraffare, perché si tratta di caratteristiche biomeccaniche dell’individuo che derivano dal fatto stesso di essere vivi.
Scrivere codice con l’AI moltiplica di dieci volte le vulnerabilità
Lo dice un’analisi di Apiiro
La realtà estesa
La nuova tecnologia è di fatto una delle tanti variante della cosiddetta “realtà estesa“, quando la tecnologia entra in relazione diretta con elementi della vera realtà fisica. “La realtà estesa giocherà un ruolo fondamentale nel nostro futuro“, ha dichiarato la direttrice del Dipartimento Ingegneria Elettrica e Informatica presso la Rutgers School of Engineering, nonché autrice corrispondente dello studio – Se i sistemi immersivi si integreranno nella vita quotidiana, l’autenticazione dovrà essere sicura, continua e senza sforzo“.
I primi risultati sono incoraggianti. Secondo test continuativi condotti su 52 persone nell’arco di dieci mesi, il sistema ha raggiunto più del 95% di autenticazioni corrette, con meno del 2% di falsi positivi.
Per ora VitalID è stato testato soprattutto negli headset XR (come i videogiochi), dove digitare una password è scomodo o impossibile, ma gli sviluppatori vedono potenziale anche in contesti più quotidiani: accesso sicuro a conti bancari, cartelle cliniche, dispositivi wearable e ambienti IoT.
I rischi
Certo non mancano elementi di perplessità. Diverse variabilità fisiologiche (stress, malattie o attività fisica) possono alterare i segnali, mentre la raccolta di dati fisiologici sensibili solleva come sempre nuove questioni di privacy e normative. Inoltre, per diffondersi, la tecnologia dovrà trovare standard aperti e interoperabili, oltre a modalità di implementazione che affianchino i dispositivi XR.
Nonostante tutto, VitalID rappresenta una svolta. Per la prima volta, l’autenticazione digitale non è più qualcosa che dobbiamo ricordare o digitare: diventa una proprietà naturale e invisibile della nostra presenza fisica. In un futuro non troppo lontano, la propria stessa presenza potrebbe essere la chiave del proprio mondo digitale.
L'AI che protegge dall'AI: Depthfirst raggiunge 580 milioni di valutazione
Il futuro della nuova cybersicurezza parla anche un po' italiano
