Dai data center che processano miliardi di calcoli al secondo a migliaia di chilometri di cavi sottomarini per la connettività in fibra ottica: mai come oggi il futuro dell’intelligenza artificiale si gioca sulla potenza (e sulla geografia) delle infrastrutture che la alimentano. Una rete energetica distribuita capillarmente che sta ridisegnando gli equilibri geopolitici mondiali. Con Emmanuel Becker, CEO di Mediterra Datacenters (piattaforma di data center premium nel Sud Europa), proviamo ad andare oltre le semplificazioni sulla fame energetica dell’AI per capire qual è la posta in gioco nello sviluppo delle strutture del futuro. E comprendere perché il Mediterraneo è destinato a diventare uno snodo cruciale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
I carichi AI sono per definizione energivori. Come si concilia l’impegno verso il 100% di rinnovabili con una domanda che non smette di crescere?
“Rispondo a questa domanda con un’affermazione che a prima vista può sembrare provocatoria. Ѐ vero che l’intelligenza artificiale richiede molta energia, ma quando l’infrastruttura è progettata correttamente e viene utilizzata intensamente, l’efficienza complessiva del Data Center aumenta. L’addestramento e l’utilizzo dei modelli di intelligenza artificiale richiedono una notevole capacità di calcolo e quindi un elevato consumo energetico. Tuttavia, i moderni data center dedicati all’AI sono progettati per massimizzare l’efficienza nell’utilizzo delle risorse. Tecnologie avanzate come il raffreddamento a liquido a circuito chiuso consentono di dissipare il calore in modo molto più efficace rispetto ai sistemi tradizionali, riducendo gli sprechi energetici. Inoltre, le infrastrutture ad alte prestazioni diventano più efficienti all’aumentare del loro livello di utilizzo.
Un modo semplice per comprenderlo è pensare a un treno: un convoglio progettato per trasportare mille persone consuma quasi la stessa energia sia che viaggino dieci passeggeri sia che viaggino tutti i posti disponibili. Quando il treno è pieno, però, l’energia consumata per ogni passeggero è molto inferiore. Lo stesso principio vale per i sistemi di AI: più elevato è il volume di elaborazioni svolte dall’infrastruttura, maggiore è l’efficienza ottenuta rispetto all’energia impiegata. In buona sostanza, la maggiore inefficienza non deriva dall’AI in sé, ma dall’utilizzo che ne fanno le persone. Se l’AI viene impiegata per migliorare processi, produttività o consumi energetici, l’energia utilizzata genera valore; se invece viene utilizzata per attività prive di reale utilità, si crea un consumo energetico che non produce benefici concreti. Ritorno ad un’altra affermazione che può sembrare provocatoria: la crescita della domanda di AI e l’obiettivo di alimentare i data center con energia rinnovabile non sono in contraddizione.
La chiave è portare i data center vicino all’energia rinnovabile, non il contrario. Con il modello dei Regional Data Center possiamo sviluppare capacità di calcolo nelle aree dove c’è maggiore disponibilità di energia pulita, riducendo il carico sulle reti elettriche e favorendo una crescita più equilibrata delle infrastrutture digitali. Inoltre, A differenza di molte attività industriali, che alternano picchi e cali di domanda energetica, i data center operano 24 ore su 24 con un fabbisogno costante e prevedibile. Questo rappresenta un elemento molto prezioso per chi pianifica nuovi investimenti nelle FER (Fonti di Energia Rinnovabile). In altre parole, i data center non sono soltanto consumatori di energia verde, ma possono diventare un fattore abilitante per la crescita stessa delle fonti rinnovabili”.
Più nello specifico, aziende come NVIDIA e Schneider Electric hanno annunciato sistemi di raffreddamento a circuito chiuso che, a loro dire, possono tagliare il 100% del consumo idrico interno ai data center. È davvero così? Partire da questa soluzione può davvero rivoluzionare l’impatto ecologico dei data center, ad oggi uno dei principali problemi attorno allo sviluppo dell’AI?
“Come dicevo prima, il raffreddamento ad acqua a circuito chiuso oggi è imprescindibile in una strategia per la sostenibilità e anche Mediterra lo adotta da anni. Il vero ‘nodo ecologico’, però, sta nel passaggio dall’acqua ‘diretta’ all’acqua ‘indiretta’. Se un sistema a circuito chiuso azzera l’uso di acqua in situ, ma richiede un dispendio energetico elevato per far girare le pompe e gli scambiatori di calore, rischia di aumentare l’impronta idrica indiretta presso la centrale elettrica, a meno che quella stessa energia non provenga al 100% da fonti rinnovabili ‘dry’ come l’eolico o il fotovoltaico di ultima generazione.
I sistemi di raffreddamento a circuito chiuso non rappresentano una novità: sono utilizzati da anni nei data center e sono ormai indispensabili n una strategia per la sostenibilità. Il principio è lo stesso del circuito di raffreddamento di un’automobile: il liquido circola all’interno di un sistema chiuso e non viene consumato. Per questo motivo un data center progettato secondo questo modello non utilizza acqua come risorsa di consumo durante il funzionamento. Mediterra, per esempio, adotta esclusivamente questo tipo di tecnologie.
Diverso è il caso delle torri evaporative, che sfruttano l’evaporazione dell’acqua per dissipare il calore. Si tratta di una tecnologia molto diffusa in diversi settori industriali, dalle acciaierie alle vetrerie, fino alla produzione energetica, senza dimenticare i settori siderurgico e metallurgico, l’industria petrolchimica e alimentare.
Questi sistemi sono estremamente efficienti dal punto di vista del raffreddamento, ma richiedono un consumo diretto di acqua. Negli ultimi anni la crescente attenzione verso la risorsa idrica ha portato la maggior parte degli operatori a preferire soluzioni a circuito chiuso. La scelta comporta un utilizzo leggermente maggiore di energia elettrica, ma consente di eliminare il consumo diretto di acqua. È proprio questa la direzione scelta da Mediterra per tutti i nostri data center”.
I tempi di sviluppo di data center e infrastrutture (permessi, costruzione, allacci energetici) si misurano in anni. Come si fa a intercettare una domanda AI che cresce in mesi?
“Il divario temporale tra la crescita dell’Intelligenza Artificiale, che si misura in mesi, e i tempi di sviluppo delle infrastrutture fisiche, che richiedono anni tra burocrazia e allacci elettrici, rappresenta uno dei più grandi paradossi tecnologici, soprattutto in Italia. Basti pensare che di recente Mediterra è riuscita ad ottenere in soli sei mesi il permesso per la realizzazione di un nuovo data center a Barcellona, a dimostrazione di quanto sia urgente nel nostro Paese snellire i tempi dell’iter burocratico.
A proposito, negli ultimi anni sono stati introdotti nuovi strumenti normativi che dovrebbero favorire lo sviluppo dei data center, come la legge regionale in Lombardia, ma nella pratica tendono ad agevolare soprattutto i grandi operatori. Chi realizza strutture di dimensioni più contenute, come i data center regionali, continua spesso a incontrare maggiori difficoltà pur avendo un impatto inferiore sul territorio in termini di occupazione del suolo, consumi energetici e utilizzo delle risorse.
È un paradosso che andrebbe affrontato, perché proprio i data center regionali consentono di distribuire investimenti e infrastrutture digitali su tutto il territorio nazionale. Inoltre, per strutture di dimensioni ridotte, il tempo necessario a ottenere le autorizzazioni può arrivare a essere paragonabile al tempo richiesto per la costruzione stessa dell’impianto.
Per questo continuiamo a investire: se non sviluppiamo queste infrastrutture in Italia, lo sviluppo digitale avverrà altrove. La questione non riguarda soltanto la crescita economica, ma anche la sovranità digitale e la capacità del Paese di mantenere autonomia in un contesto geopolitico sempre più complesso”.
Nvidia dice di aver risolto il problema idrico dei data center. Non è così semplice
Nvidia ha annunciato un sistema di raffreddamento a circuito chiuso…
I cavi sottomarini vengono spesso raccontati come infrastruttura di connettività. Ma che ruolo giocano nel disegnare la mappa futura dei consumi energetici legati all’AI e nel determinare dove si concentrerà il peso fisico di questa trasformazione?
“I cavi sottomarini in fibra ottica sono la dorsale della connettività, in grado di trasformare il nostro Paese in ‘esportatore’ di servizi digitali grazie al collegamento diretto con America Latina, Africa e Medio Oriente, andando oltre la dipendenza dalle FLAP-D Cities per puntare allo sviluppo di hub digitali in aree ‘Tier Two’ digitalmente strategiche, nelle quali erogare servizi e creare nuovi posti di lavoro. Questo permette di generare valore economico, occupazione e nuove opportunità di investimento.
Nel caso dell’intelligenza artificiale, molti provider scelgono localizzazioni vicine ai cavi sottomarini proprio perché intendono erogare servizi verso altri mercati. Ciò comporta non solo un consumo energetico locale, ma permette allo stesso tempo di creare anche ricchezza sul territorio e di rafforzare il ruolo dell’Italia nello scenario internazionale. L’aspetto geopolitico, infatti, non è da sottovalutare. Negli ultimi decenni molti servizi digitali utilizzati in Italia sono stati affidati ed erogati dalle FLAP-D cities. Oggi invece l’Italia può diventare un punto di riferimento per l’erogazione di servizi verso altri Paesi del Mediterraneo, del Nord Africa o dell’Europa orientale, acquisendo un ruolo strategico più forte e una maggiore autonomia digitale”.
L’AI ha fame di bassa latenza e connettività ad altissima capacità. In che misura la posizione geografica del bacino mediterraneo (e i cavi sottomarini che vi transitano) trasforma questa area in un vantaggio competitivo strutturale per l’infrastruttura digitale europea?
“Il bacino del Mediterraneo sta vivendo una vera e propria rinascita infrastrutturale, trasformandosi da storica ‘periferia’ della rete a baricentro digitale.
Attualmente, il backbone di comunicazione tra Stati Uniti e Asia-Pacifico registra volumi di traffico dati superiori rispetto alla direttrice Asia-Pacifico–Europa. Tuttavia, alla luce dell’attuale scenario geopolitico e dei rilevanti investimenti infrastrutturali in corso lungo i corridoi euro-asiatici, si osserva una tendenza che potrebbe progressivamente ridurre questo divario.
Le tensioni nel Mar Rosso e i rischi associati al transito attraverso il Canal di Suez stanno infatti determinando una profonda ridefinizione delle rotte dei cavi di comunicazione sottomarini. Senza dimenticare le minacce dell’Iran di attaccare le navi che vengono a riparare i cavi, la situazione del Mar Nero che ormai è diventato impraticabile e il rischio di conflitto in Israele, che stanno contribuendo a ridisegnare le infrastrutture digitali globali e a rafforzare la centralità strategica del Mediterraneo. Fra i mercati a maggior potenziale di crescita e con una crescente domanda di connettività ci sono ad esempio il Maghreb e alcuni Paesi del Nord Africa e della East African Coast, però i grandi attori digitali hanno timore a investire in questi territori per la loro instabilità politica, economica e sociale.
Tutti questi fattori concorrono allo sviluppo della penisola Iberica e del Portogallo, ma anche della Sicilia. In particolare, lo Stretto di Sicilia è il cuore pulsante delle infrastrutture sottomarine del Mediterraneo centrale: un nodo critico per energia, dati e traffico marittimo. Quasi tutte le pipeline e i cavi che collegano Nord Africa ed Europa passano da qui. Parliamo di una rete di cavi che in Sicilia raggiunge oltre 3,5 miliardi di persone. Da qui passa anche il 2Africa, il cavo sottomarino più lungo al mondo: si estende per più di 45mila chilometri – più della lunghezza dell’equatore – collega in tutto 33 paesi, ed è gestito da un consorzio di cui fanno parte Meta, Vodafone e varie aziende statali egiziane e saudite, fra le altre. Questo significa che l’Europa meridionale funge da gateway naturale a bassissima latenza per oltre metà della popolazione mondiale.
Un altro aspetto cruciale è la ridistribuzione dei carichi di calcolo AI in funzione dell’efficienza dei costi di rete e di transito. Portare l’infrastruttura di calcolo nei nodi di sbarco mediterranei consente, infatti, di creare ecosistemi in cui i grandi provider globali e i network locali si collegano direttamente. Questo riduce i costi di backhaul (il trasporto dei dati via terra verso il Nord) e distribuisce il carico di rete in modo molto più resiliente.
Ma non solo. Il Mediterraneo si distingue per la convergenza tra connettività e sostenibilità. Le rotte digitali approdano in regioni che presentano un mix energetico a forte trazione rinnovabile, specialmente solare ed eolica, basti pensare alla Francia e alla Spagna. In Italia, ad esempio, il 51,83% di energia è green, e deriva dalla produzione eolica e fotovoltaica, quindi possiamo produrre un AI decarbonizzata. E ancora: Mediterra utilizza un’energia 100% sostenibile, perché la compra localmente da fonti sostenibili e non deve trasportarla”.
Può il Mar Mediterraneo dare davvero uno slancio all’Europa nella sfida AI con gli Stati Uniti, o rischiamo di costruire infrastrutture che restano comunque dipendenti dalla tecnologia americana?
“Il controllo del traffico dati attraverso i cavi sottomarini conferisce al Mediterraneo un forte peso geopolitico rispetto a Middle East, Africa e Asia, perché controlla il transito di dati strategici attraverso i cavi sottomarini. Ecco perché sul piano geopolitico e infrastrutturale, il Mediterraneo è l’asso nella manica dell’Europa per creare una vera sovranità sui dati e sulla connettività. Come documentato nel report globale sulle rotte digitali di TeleGeography Submarine Cable Map, la stragrande maggioranza del traffico dati tra Europa, Asia e Africa transita obbligatoriamente attraverso questo bacino. Controllare i punti di approdo, sviluppare data center neutrali e interconnessi in questa regione significa che l’Europa non è un semplice spettatore, ma il custode del traffico intercontinentale.
In primo piano anche la regolamentazione sull’utilizzo dell’AI approvata in Europa con l’AI Act, che tutela i cittadini dai rischi dell’uso dell’intelligenza artificiale generativa. Un aspetto normativo che negli USA oggi è ancora poco disciplinato. Le aziende americane possono, infatti, testare, lanciare e monetizzare modelli di AI generativa a una velocità impensabile in Europa. Questo attira la stragrande maggioranza dei capitali di Venture Capital, ma espone il sistema a enormi rischi di violazione del copyright, fake news e bias algoritmici.
Il rischio di una dipendenza tecnologica dal silicio americano (i chip di NVIDIA, AMD o i sistemi cloud di Microsoft, AWS e Google) è reale ed è legato all’attuale struttura del mercato dell’hardware AI. L’approccio europeo non punta a duplicare da zero una filiera hardware in cui gli Stati Uniti hanno un vantaggio di decenni, ma a governare l’ecosistema attraverso tre leve fondamentali: la regolamentazione (con l’AI Act), lo sviluppo di modelli open-source europei (come Mistral in Francia) e l’efficienza infrastrutturale.
Come evidenziato dalle analisi macroeconomiche di S&P Global Insights, la vera sfida competitiva dell’AI nei prossimi anni non si giocherà solo sul software, ma sulla capacità di alimentare i supercomputer in modo sostenibile. Qui il Mediterraneo offre un’alternativa strutturale unica: l’abbondanza di spazio per nuova capacità rinnovabile (solare ed eolica) unita alla connettività sottomarina. Costruire grandi infrastrutture nel Mediterraneo significa creare il ‘porto sicuro’ e sostenibile di cui l’AI mondiale ha bisogno per funzionare”.
A tal proposito, negli ultimi anni, proprio grandi player tech (come Google, Meta o Microsoft) stanno investendo in cavi sottomarini proprietari. Questo cambia gli equilibri del mercato per chi gestisce infrastrutture neutrali?
“L’investimento diretto dei grandi player tecnologici nei cavi sottomarini proprietari—come dimostrano i 15 sistemi privati di Google o il mastodontico Project Waterworth da 50.000 km annunciato da Meta—ha trasformato l’architettura della rete globale. I dati aggregati da TeleGeography indicano che gli hyperscaler controllano ormai circa il 75% della larghezza di banda internazionale e partecipano a oltre due terzi dei nuovi progetti sottomarini pianificati.
I grandi player stanno sviluppando reti proprietarie di cavi sottomarini sia per consolidare il loro vantaggio competitivo che per essere certi della loro resilienza, impedendo ai diretti concorrenti di entrare nelle stesse aree. Si tratta di progetti che richiedono ingenti investimenti, come nel caso di 2Africa, che ha richiesto capitali stimati fra i 3 ed i 6 miliardi di dollari, e che generano un ROI solo dopo un periodo di almeno 5 anni.
Degno di nota anche il progetto PEACE Cable System (Pakistan & East Africa Connecting Europe), uno dei sistemi di cavi sottomarini a fibra ottica più importanti degli ultimi anni, progettato per connettere Asia, Africa ed Europa, che si estende per oltre 15.000 chilometri con una capacità totale che supera i 96 Terabit per secondo (Tbps), e consente il trasferimento istantaneo di moli massicce di dati (fondamentale per il Cloud e l’Intelligenza Artificiale).
Questo scenario non penalizza chi gestisce infrastrutture neutrali, ma ne ridefinisce e ne amplifica il valore strategico di nodi di interconnessione. Un cavo sottomarino, per quanto potente, ha bisogno di una “landing station” a terra e, soprattutto, di un ecosistema aperto dove il traffico possa essere frazionato, scambiato e distribuito verso le reti locali, gli operatori di telecomunicazioni nazionali, i provider cloud di nicchia e le imprese. Questo punto di incontro naturale si trova proprio all’interno dei data center “carrier-neutral”.
I grandi player scelgono infrastrutture neutrali come le nostre perché nessun hyperscaler vuole che il proprio cavo proprietario termini nel data center di un concorrente diretto. La neutralità garantisce un terreno di gioco paritario (level playing field) in cui Microsoft, Google, AWS e gli operatori tradizionali possono interconnettersi in modo sicuro e senza barriere commerciali. Come evidenziato nelle analisi di Uptime Institute, la decentralizzazione dei carichi AI e la necessità di interconnettere cluster di calcolo distribuiti sta spingendo gli investimenti proprio verso quegli hub regionali in grado di offrire la massima densità di rete in un unico edificio”.
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