Google ha eliminato il paywall sulla generazione di immagini personalizzate in Gemini, rendendola disponibile a tutti gli utenti idonei negli Stati Uniti a partire dal 29 giugno 2026. La funzione era fino ad ora riservata agli abbonati dei piani Plus, Pro e Ultra. Nello stesso fine settimana, il Financial Times ha riportato che Google aveva già imposto limiti di capacità a Meta a marzo, perché l’azienda di Zuckerberg richiedeva più risorse computazionali di quante ne potesse erogare.
Al centro della nuova apertura c’è Nano Banana, il modello nativo di generazione immagini della famiglia Gemini, abbinato alla piattaforma Personal Intelligence. Questa infrastruttura collega Gemini ai dati dell’utente provenienti da Gmail, Google Photos, YouTube e Search, consentendo di generare immagini che riflettono interessi e abitudini reali senza dover descrivere tutto nel prompt. Un utente può chiedere semplicemente “crea un’illustrazione di me e delle mie cose preferite” e Gemini riempie i dettagli attingendo alle app collegate. Il modello può anche pescare foto reali da Google Photos, eliminando la necessità di caricare immagini manualmente. Un pulsante “Fonti” mostra quali dati personali hanno informato ogni immagine generata. L’intera funzione è opt-in: l’utente decide quali app connettere e può disattivarla in qualsiasi momento dal menu Strumenti. Google afferma che il modello non si addestra sulle foto private degli utenti. Gli utenti con account gratuito avranno quote d’uso più basse rispetto agli abbonati prima di tornare al modello Nano Banana standard, e la funzione di editing rimane limitata ai maggiorenni.
La mossa si inserisce nella strategia presentata a Google I/O 2026: espandere il livello gratuito per aumentare la base utenti, poi convertire i più esigenti verso i piani a pagamento. Gemini ha superato i 750 milioni di utenti attivi mensili all’inizio di quest’anno, con alcune fonti che parlano di 900 milioni al momento di I/O. La funzione era già stata estesa a India e Giappone nelle scorse settimane. L’Europa rimane esclusa — nessuna data annunciata — per via delle frizioni normative attese sotto il GDPR e l’AI Act europeo. Una lacuna che riflette una dinamica ormai consolidata: Google lancia prima negli USA, poi in mercati selezionati, e rinvia le geografie più regolate.
Il contesto è però più complicato di un semplice ampliamento del servizio. Secondo quanto riportato dal Financial Times, intorno a marzo 2026 Google ha comunicato a Meta di non poter soddisfare la quota di capacità Gemini che la società aveva chiesto di acquistare. Il blocco ha ritardato diversi progetti AI interni di Meta, costringendo i dipendenti a usare i token in modo più parsimonioso. Meta aveva fatto affidamento su Gemini per compiti in cui il modello si era dimostrato più capace dei propri Llama, tra cui la moderazione automatica dei contenuti su Instagram e Facebook. Altri clienti di Google Cloud sono stati colpiti dallo stesso problema, ma in misura minore. Da maggio 2026, Google ha introdotto limiti d’uso basati sul calcolo computazionale per tutti gli utenti Gemini, con un tetto settimanale che si aggiorna ogni cinque ore.
I numeri spiegano la stretta. Nel primo trimestre 2026, Google Cloud ha generato 20 miliardi di dollari di ricavi, con il backlog quasi raddoppiato rispetto al trimestre precedente. Il CEO Sundar Pichai ha ammesso che la crescita sarebbe stata superiore se ci fosse stata più capacità disponibile. Per coprire il gap, Google ha stretto un accordo da circa 920 milioni di dollari al mese con SpaceX per l’accesso a circa 110.000 GPU Nvidia nei data center di xAI. L’azienda prevede di investire tra 180 e 190 miliardi di dollari in infrastrutture nel corso del 2026. Meta, nel frattempo, ha avviato una revisione dei propri sistemi per valutare quanto dipenda da Gemini e dove possa sostituirlo con soluzioni interne. La scarsità di capacità computazionale non è più un problema dei fornitori più piccoli: riguarda anche le due aziende con i bilanci più grandi del settore tecnologico mondiale.
