LibreOffice 26.8 non include nessuna funzione di intelligenza artificiale generativa. Non è una svista, non è un ritardo tecnologico. The Document Foundation lo ha scritto esplicitamente nelle note di rilascio e poi difeso in un post del blog intitolato “Yes, no AI is now a feature”: l’assenza di AI è una scelta di progetto, e viene presentata come tale agli utenti.
Il ragionamento è diretto. I documenti non vengono trasmessi a servizi remoti per essere elaborati, nessun componente della suite richiede accesso alla rete per funzionare. Si tratta di una posizione deliberata: qualsiasi organizzazione che gestisce dati riservati, soggetti a privilegi legali o personali, deve sapere dove vanno quei dati, e l’unica garanzia che sopravvive a un audit è che i dati non lascino il computer. Un’affermazione che suona quasi provocatoria in un settore che fa a gara per integrare modelli linguistici ovunque.
La decisione non è motivata da un’opposizione di principio all’AI, ma dal fatto che la tecnologia attualmente non soddisfa i requisiti del progetto in termini di privacy, controllo utente e standard aperti. The Document Foundation ha stabilito sei condizioni che qualsiasi integrazione AI dovrà rispettare prima di entrare nella configurazione predefinita. L’esecuzione deve poter avvenire dove l’utente decide, senza trasmissione non autorizzata di dati, senza telemetria, senza dipendenza da un singolo fornitore, con output in formato ODF e con piena facoltà di installazione e rimozione. Nessuna integrazione AI attualmente disponibile soddisfa tutti questi criteri.
The Document Foundation ha anche criticato i concorrenti commerciali, come Microsoft 365 e Google Workspace, per rendere le funzioni AI presenti nell’interfaccia anche quando gli utenti scelgono di non usarle. La fondazione contrappone le proprie motivazioni no-profit a quelle dei produttori di suite commerciali, per i quali gli assistenti AI giustificano aumenti nei prezzi degli abbonamenti e rafforzano il lock-in sui dati. È una critica al modello di business, non solo alla tecnologia.
Gli utenti che vogliono usare l’AI possono installare estensioni di terze parti, la maggior parte delle quali si connette a modelli in esecuzione locale tramite Ollama, LM Studio o endpoint compatibili con le API di OpenAI, in modo che i documenti non lascino mai il dispositivo. Nessuno dei componenti aggiuntivi attuali soddisfa però i principi stringenti stabiliti dalla fondazione.
Scuole, ospedali, studi legali e agenzie pubbliche si trovano spesso di fronte a requisiti rigidi nella gestione di documenti sensibili o soggetti a privilegi legali. Per questi contesti, sapere che nessun dato esce dal computer non è un dettaglio tecnico ma una condizione operativa. La posizione di LibreOffice intercetta esattamente questa esigenza, in un momento in cui la fiducia nei fornitori di software cloud si misura sempre più in termini di dove finiscono i dati degli utenti.
La posizione non è un rifiuto permanente: la fondazione dice che rivaluterà la questione man mano che l’inferenza on-premises e i modelli aperti migliorano. Significa che la porta all’AI resta aperta, ma con condizioni che oggi il mercato non è ancora in grado di soddisfare. Se e quando un modello locale raggiungerà qualità e semplicità d’uso sufficienti senza richiedere connessioni esterne, LibreOffice potrebbe cambiare rotta. Per ora, “niente AI” rimane la risposta più coerente con i principi di un progetto che ha sempre anteposto il controllo dell’utente a qualsiasi altra considerazione.
