Design, building, ricreare, ricostruire. Sono le parole ricorrenti della prima giornata del Wave by Vento, a Torino, di quest’anno. Tra interventi, panel e dialoghi con alcuni dei protagonisti più autorevoli del settore, è emersa la sensazione che l’intelligenza artificiale stia attraversando un (ennesimo) passaggio di fase. Una tecnologia ormai matura, sviluppatasi all’interno di hardware concepiti per un’altra epoca, oggi è chiamata a ripensare i propri contenitori, a esplorare nuove forme e a trovare, in definitiva, nuovi corpi, reali e metaforici.
Una nuova forma
L’immagine di un’AI in cerca di nuova forma emerge anzitutto ascoltando Jony Ive. L’ex capo del design di Apple, accolto come una rockstar, ha ripercorso con John Elkann la genesi della Ferrari Luce (un esemplare del modello svettava al centro della sala Fucine). Nel racconto, ampio spazio è stato dedicato alla dimensione umana e umanistica del processo creativo: un richiamo al ruolo della sensibilità, dell’intuizione e della cultura nel dare forma alla tecnologia. La Luce segna una discontinuità nella storia di Maranello, ma la presenza di Ive evocava inevitabilmente l’altro suo cantiere aperto, quello con Sam Altman e OpenAI per creare il dispositivo che dovrà dare un corpo a ChatGPT, inaugurando idealmente l’era dei nuovi device.
L’architettura
Il discorso sulla forma, tuttavia, non si esaurisce nell’hardware. Si estende all’architettura stessa dell’intelligenza artificiale: agli ambienti in cui prende forma, alle infrastrutture che la sostengono e alle regole che ne governano lo sviluppo. Il pioniere del cyberspazio e inventore del World Wide Web Sir Tim Berners-Lee è partito proprio da qui per illustrare la sua idea di “building”. Il suo dialogo con la giornalista Charlotte Jee e con Rosemary Leith, fondatrice di Bolon Capital e fellow del Berkman Klein Center di Harvard, si è concentrato in particolare sui rischi dell’open source. I sistemi aperti, lodati per la trasparenza e liberi dai vincoli dei modelli proprietari, nascondono insidie: proprio in virtù della loro ampiezza possono favorire usi malevoli e, nei casi peggiori, catastrofi. La questione di fondo è come costruire un’AI il più possibile indipendente dai vincoli e dagli interessi delle Big Tech, senza perdere il controllo sulle derive più pericolose.
Oltre lo schermo
La percezione che i formati e gli standard attuali siano ormai troppo stretti trovava conferma anche negli spazi espositivi. Tra queste spiccava Regular Animals di Beeple, nome d’arte dell’artista digitale Mike Winkelmann: un gruppo di cani robot animatronici, dotati di teste iperrealistiche che riproducono i volti dello stesso artista, di Picasso e di Andy Warhol. Un’opera che mette in scena il rapporto tra identità, imitazione e intelligenza artificiale, interrogandosi sul significato di personalità delle macchine.
La stessa tensione attraversava gli stand delle aziende, accomunati dalla volontà di portare l’AI fuori dagli schermi e sottrarla alla dimensione prevalentemente immateriale (simboleggiata solitamente da innumerevoli varianti di software gestionali) che domina le fiere di settore. Le applicazioni fisiche si moltiplicano e si estendono a mondi disparati: dalla robotica alla microchirurgia, dall’automazione nella grande distribuzione agli studi geografici, fino all’industria automobilistica. Bracci robotici, sistemi intelligenti e nuovi progetti di automazione raccontano un’innovazione che smania per intervenire direttamente sulla realtà fisica. Un’ulteriore anticipazione del connubio sempre più stretto tra AI e robotica nella nostra quotidianità.
L’ecosistema del futuro
Un hardware fondato su nuove coordinate, però, non può svilupparsi nel vuoto. Per crescere e diffondersi ha bisogno di un ecosistema economico e sociale capace di sostenerlo, legittimarlo e accompagnarne le trasformazioni.
È il quadro più ampio in cui si inserisce il confronto tra Luana Lopes Lara, ventinovenne cofondatrice di Kalshi, oggi uno dei più grandi mercato di previsioni al mondo, e il creator Marcello Ascani. Al centro del dialogo, l’evoluzione dei mercati predittivi e il loro rapporto con la percezione della realtà. Una questione che va oltre gli strumenti finanziari e investe la credibilità delle informazioni, il modo in cui si formano le aspettative collettive e i meccanismi attraverso cui attribuiamo valore alle previsioni.
Che cosa accade alla nostra idea di realtà quando cambiano gli ecosistemi che, fino a quel momento, ne hanno definito i riferimenti? Mai come in questo periodo storico le innovazioni tecnologiche rimodellano anche le coordinate culturali ed economiche della società.
Chi guida il cambiamento
A questo punto, la questione si sposta inevitabilmente su chi sia in grado di orientare trasformazioni di tale portata. Se l’intelligenza artificiale sta ridefinendo i propri corpi e i propri ecosistemi, anche il suo corpo sociale è destinato a cambiare: servono nuove figure di riferimento, capaci di interpretare il cambiamento e di imprimergli una direzione.
Il tema, già evocato dalla presenza di Ive, è emerso esplicitamente nel dialogo tra Diego Piacentini e il giornalista Geoffrey Cain dedicato a Steve Jobs. Che cosa significa oggi essere una figura trainante nel mondo della tecnologia? E in che cosa i protagonisti contemporanei si distinguono dai grandi innovatori del passato, ciascuno espressione del proprio tempo e del contesto in cui ha operato?
La risposta rimane sospesa tra due possibilità: è il settore, ancora informe e in continua evoluzione, ad attirare personalità capaci di dargli una direzione, oppure sono gli innovatori a individuare un terreno su cui esercitare la propria influenza? Probabilmente, il rapporto tra queste due forze è meno lineare di quanto sembri: le persone contribuiscono a plasmare un’industria, ma sono anche il prodotto delle condizioni che ne rendono possibile l’emergere.
Uno dei panel successivi, con Linda Rottenberg, Luca Ferrari, Rafal Modrzewski e Aleksandr Konotopskyi, ha allargato ulteriormente questa prospettiva, concentrandosi sulle relazioni tra talento, impresa e territorio. Ne è emersa una geografia dell’innovazione meno centralizzata di un tempo, nella quale i grandi poli tecnologici convivono con realtà periferiche capaci di attrarre competenze, generare nuove imprese e contribuire alla crescita del settore.
L’ultimo tassello del quadro ci giunge dal panel dedicato al rapporto tra ricerca e capitali in Europa, moderato dal giornalista Filippo Santelli con Luca Bocchio e Luca De Angelis. Tra le riflessioni emerse, una suggestione in particolare: le aziende che nascono oggi possono costruire fin dall’inizio sulla tecnologia di oggi, senza dover attraversare le stesse fasi di adattamento e riconversione che hanno segnato le generazioni precedenti.
Forse è proprio qui che si trova una delle differenze più significative tra i protagonisti dell’intelligenza artificiale e gli innovatori del passato. Non soltanto nella capacità di creare nuovi prodotti o nuovi modelli di business, ma nel fatto di poter partire da un livello tecnologico già profondamente diverso, in cui il contesto crea in partenza un approccio immaginifico del tutto inedito.
La vera differenza tra i protagonisti del tech di oggi e quelli del passato è, forse, proprio l’AI stessa.
