Una svolta politica inaspettata sta scuotendo il Texas, cuore pulsante dell’innovazione tecnologica statunitense. I repubblicani, tradizionalmente alleati delle grandi aziende del settore, stanno voltando le spalle ai data center, mettendo in crisi un’industria che fino a ieri sembrava inattaccabile. La decisione arriva dopo mesi di proteste locali e pressioni politiche, con il governatore Greg Abbott che ora propone regolamentazioni più severe e la cancellazione degli incentivi fiscali per queste strutture. Il motivo principale non è ideologico, ma pratico: l’impatto devastante sulle risorse idriche ed elettriche di uno Stato già alle prese con siccità e blackout.
Fino a pochi mesi fa, il Texas era il paradiso dei data center, attirando colossi come Google, Meta e Amazon con la promessa di posti di lavoro e sviluppo economico. Oggi, però, l’entusiasmo si è trasformato in diffidenza. Secondo un sondaggio citato da Reuters, solo il 30% dei texani sostiene ancora la costruzione di nuovi data center, principalmente per i costi nascosti che gravano sulle comunità locali. Le infrastrutture esistenti non riescono a reggere il carico energetico richiesto, e la domanda di acqua per raffreddare i server sta diventando insostenibile in una regione già alle prese con la scarsità idrica. A questo si aggiunge il fatto che, contrariamente alle promesse iniziali, questi impianti non portano occupazione stabile: servono poche centinaia di tecnici altamente specializzati, mentre i lavori manuali vengono spesso affidati a ditte esterne.
La frattura tra il partito repubblicano e le big tech si è acuita dopo che l’ex presidente Donald Trump aveva fatto dei data center un simbolo del suo sostegno all’AI, definendoli “più importanti del petrolio”. Oggi, invece, molti esponenti repubblicani texani, tra cui il governatore Abbott, stanno prendendo le distanze da questa visione. Abbott ha già avviato una revisione delle agevolazioni fiscali, definendo i data center “un peso per le casse dello Stato” e chiedendo norme più stringenti per limitare il loro impatto ambientale e sociale. La mossa non è passata inosservata: le aziende del settore hanno iniziato a rivedere i loro piani di espansione, temendo un effetto domino in altri Stati conservatori.
Il problema non riguarda solo il Texas. In Arizona e in Nevada, dove la presenza di data center è massiccia, iniziano a emergere voci critiche simili. Gli ambientalisti denunciano da anni l’enorme consumo energetico di queste strutture, spesso alimentate da centrali a carbone o gas, mentre i residenti lamentano l’aumento delle bollette e la riduzione della disponibilità di acqua. Secondo uno studio del Texas Water Development Board, un singolo data center di medie dimensioni può consumare quanto 100.000 abitazioni, con un prelievo idrico pari a quello di una città di 30.000 persone. Questi numeri hanno spinto anche alcuni democratici a unirsi alla protesta, nonostante le divisioni partitiche.
Le big tech si trovano ora a dover rinegoziare la loro presenza in uno Stato che fino a ieri le accoglieva a braccia aperte. Google, ad esempio, ha già annunciato un rallentamento nei piani di espansione in Texas, mentre Amazon ha dichiarato di star valutando alternative in Stati con infrastrutture più stabili. La situazione è paradossale: le stesse aziende che hanno investito miliardi per posizionarsi al centro della rivoluzione AI si trovano ora a dover fare i conti con una resistenza politica e sociale imprevista.
Il Texas potrebbe diventare il banco di prova per una regolamentazione più severa sui data center negli Stati Uniti. Se Abbott porterà avanti le sue proposte, altre regioni potrebbero seguire l’esempio, costringendo le big tech a ripensare le loro strategie.
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