Un’inchiesta pubblicata da The New Yorker sta facendo discutere il mondo della tecnologia e dell’intelligenza artificiale. Firmata dai giornalisti Ronan Farrow e Andrew Marantz, l’indagine raccoglie oltre un anno e mezzo di interviste e documenti interni, offrendo un ritratto complesso di Sam Altman, CEO di OpenAI.
“Poco vincolato alla verità”
Secondo l’articolo, Altman viene descritto da alcuni ex collaboratori come estremamente ambizioso, capace di manipolare situazioni e conversazioni a proprio vantaggio, ma spesso anche poco vincolato alla verità. Alcune fonti interne hanno usato parole forti per definire il suo comportamento, arrivando a parlare di un atteggiamento “quasi sociopatico” nella gestione di team e decisioni strategiche.
Ovviamente nessuna diagnosi clinica è stata proposta. Il termine “sociopatico” compare nelle testimonianze come etichetta figurativa, riferita a comportamenti percepiti come manipolativi, contraddittori e orientati al potere, più che a un disturbo riconosciuto. Alcuni ex collaboratori e imprenditori difendono Altman, sottolineando le sue capacità di leadership e innovazione.
Le 100 interviste
L’inchiesta di The New Yorker si basa su più di 100 interviste a ex dirigenti, collaboratori e partner di OpenAI, ed è arricchita da documenti interni che mostrano come Altman possa presentare versioni diverse dello stesso fatto a persone differenti. Alcune testimonianze vertono sul fatto che la sua ambizione estrema talvolta trascende le preoccupazioni per conseguenze o trasparenza.
L’indagine arriva in un momento delicato per OpenAI, l’azienda ha in vista una possibile IPO nel 2026 e la governance interna è in attenta osservazione da parte degli investitori.
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