Secondo gli USA l’ex dipendente di OpenAI arrestato per spionaggio aveva il sostegno del governo dell’Arabia Saudita

Alfozan sarebbe stato in frequente comunicazione via WhatsApp con un membro della famiglia reale saudita nel corso del 2025 e del 2026

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Secondo gli USA l’ex dipendente di OpenAI arrestato per spionaggio aveva il sostegno del governo dell’Arabia Saudita

Un ex ingegnere di OpenAI, Abdulrahman Alfozan, rischia fino a cinque anni di carcere e un’ammenda di 250.000 dollari con l’accusa di aver nascosto un dispositivo di registrazione cifrato in una sala riunioni riservata agli executive della società a San Francisco. La notizia, ripresa da Reuters e confermata dagli atti del Dipartimento di Giustizia, ha ormai assunto una dimensione internazionale. In nuovi documenti depositati il 19 ottobre, i pubblici ministeri statunitensi sostengono che il 35enne cittadino saudita, residente permanente negli Stati Uniti, avrebbe ricevuto un considerevole sostegno dal governo saudita, alimentando il sospetto di un’operazione di spionaggio economico ai danni di uno dei laboratori di AI più avanzati al mondo.

Secondo l’atto d’accusa, il dispositivo sarebbe stato installato il 28 settembre 2026 dietro un televisore della sala, accessibile solo a dirigenti e assistenti, e lì rimasto per giorni prima che la sicurezza di OpenAI lo trovasse il 30 settembre, dando subito l’allarme all’FBI. Le immagini delle telecamere mostrano Alfozan nei pressi della stanza in più occasioni, pur senza alcuna autorizzazione ad accedervi. Dagli atti emerge anche che l’ingegnere avrebbe usato strumenti di produttività e chatbot per pianificare tutto, raccogliendo informazioni sugli edifici, sulle sale riunioni e sui calendari dei vertici aziendali, e un secondo registratore sarebbe stato trovato nella sua borsa.

I legami con Riad descritti dai pm sono l’elemento più delicato. Alfozan sarebbe stato in frequente comunicazione via WhatsApp con un membro della famiglia reale saudita nel corso del 2025 e del 2026, e un alto ufficiale militare saudita avrebbe pagato il biglietto aereo di sola andata con cui la moglie e il figlio avrebbero lasciato gli Stati Uniti il giorno dopo l’arresto. In un messaggio, il membro della famiglia reale gli avrebbe scritto che «l’Arabia Saudita ha bisogno di te più degli Stati Uniti», e lui avrebbe risposto «100».

Davanti al giudice federale di San Francisco, la difesa ha dipinto un quadro molto diverso. L’avvocato William Pernik ha sostenuto che il viaggio in Arabia Saudita era stato prenotato per motivi familiari e di immigrazione prima dell’indagine, e che il suo cliente era «a poche settimane dal realizzare il sogno di ogni immigrato», cioè la cittadinanza statunitense, con colloquio fissato per novembre. Pernik ha anche proposto una cauzione da un milione di dollari garantita dal governo saudita, ma il giudice ha ordinato la detenzione senza cauzione, ritenendo l’uomo un pericolo per la sicurezza nazionale. L’udienza preliminare è fissata per il 6 novembre.

Il direttore dell’FBI Kash Patel ha dichiarato che l’obiettivo dell’imputato era «registrare segretamente comunicazioni sensibili sulla tecnologia di superintelligenza dell’azienda». OpenAI ha però precisato che, dalle prime verifiche, non risultano esfiltrati pesi dei modelli, codice sorgente né dati dei clienti. Un ex funzionario della CIA, parlando con CNBC a condizione di restare anonimo, ha osservato che se il caso fosse confermato come spionaggio di Stato significherebbe che «persino il regno saudita ha calcolato che il rischio vale il guadagno nell’impegnarsi in spionaggio economico contro un alleato stretto» .

Al di là del verdetto, resta l’eco di un caso che tocca un nervo scoperto del settore. Le aziende che sviluppano l’AI di frontiera custodiscono roadmap, dati e accordi strategici degni di un’agenzia governativa, e la concorrenza globale per il vantaggio nell’AI le trasforma in bersagli di spionaggio. L’ufficio media saudita non ha risposto alle richieste di commento, e i pm non hanno finora identificato un destinatario delle registrazioni né accusato formalmente Riad. L’imputato, ricordano in tanti, va considerato innocente fino a condanna definitiva. Ma il messaggio alle big tech della AI è già chiaro, la minaccia non arriva solo dagli hacker esterni, a volte si nasconde dietro un televisore della sala riunioni.


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