OpenEvidence, l’AI che sta conquistando la maggior parte dei medici negli Stati Uniti

Gli utenti attivi della piattaforma sono cresciuti da 355 all’inizio del 2024 a oltre 703 mila nel giugno 2026

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OpenEvidence, l’AI che sta conquistando la maggior parte dei medici negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti l’intelligenza artificiale entra sempre più nella pratica medica come supporto per consultare studi e orientare le decisioni cliniche. Al centro c’è OpenEvidence, piattaforma della startup di Miami fondata nel 2022 da Daniel Nadler. I medici pongono domande in linguaggio naturale e ricevono risposte basate su articoli scientifici e linee guida, con riferimenti alle fonti. Secondo il Financial Times del 21 ottobre, quasi due medici statunitensi su tre usano il servizio e nell’ultimo mese sono state inviate oltre 42 milioni di richieste. Dopo un finanziamento da 250 milioni di dollari, la società è stata valutata 15 miliardi.

La diffusione è documentata anche da uno studio pubblicato il 15 ottobre su JAMA. I ricercatori hanno analizzato l’utilizzo tra gennaio 2024 e giugno 2026. 952.008 professionisti sanitari con account verificati, fra cui 556.200 medici, hanno inviato 271 milioni di richieste cliniche. Gli utenti attivi mensili sono cresciuti da 355 all’inizio del 2024 a oltre 703 mila nel giugno 2026; le domande medie mensili per utente attivo sono passate da 18 a 39,5. Lo studio non misura direttamente la qualità delle decisioni o gli esiti sui pazienti, ma mostra la rapida diffusione di questi strumenti.

Le domande riguardano soprattutto le scelte terapeutiche. Il 51,9% delle richieste complessive era legato alle decisioni cliniche; tra i medici, il 33,1% riguardava trattamenti e gestione dei pazienti, mentre il 13,9% era dedicato alla diagnosi. OpenEvidence viene consultata anche per quesiti fuori dalla specializzazione del professionista. La quota va dal 35% tra oncologi ed ematologi all’88% tra i medici dei reparti di emergenza. L’AI può quindi aiutare a raggiungere rapidamente informazioni che richiederebbero la lettura di numerosi articoli, soprattutto quando il tempo è limitato.

La rapidità, però, non equivale automaticamente all’affidabilità. Anche citando pubblicazioni reali, un sistema può riassumerle male, trascurare dettagli o non considerare le caratteristiche del paziente. Una risposta valida in generale potrebbe essere inadatta a chi assume altri farmaci, ha allergie o presenta più patologie. Le fonti devono essere controllate e le indicazioni verificate dal medico, che resta responsabile della decisione. Lo studio su JAMA descrive l’uso della piattaforma, ma non certifica la correttezza di ogni risposta né dimostra che migliori gli esiti clinici. Il rischio è delicato soprattutto per i professionisti più giovani, che potrebbero delegare al chatbot parte del ragionamento invece di usarlo come punto di partenza.

Anche il modello economico solleva interrogativi. L’accesso è gratuito per i professionisti verificati e la società si finanzia con la pubblicità, compresi annunci di aziende farmaceutiche. Per mantenere la fiducia, occorre distinguere i contenuti commerciali dalle risposte cliniche e impedire agli inserzionisti di influenzarle. OpenEvidence punta inoltre ad ampliare le attività verso la documentazione automatica delle visite e la ricerca di farmaci. Al Financial Times, Nadler ha definito l’obiettivo di lungo periodo «la scoperta di farmaci basata sulla letteratura scientifica», usando le pubblicazioni esistenti per individuare nuove ipotesi.

La diffusione internazionale resta disomogenea. A settembre OpenEvidence e Anthropic hanno annunciato una collaborazione per offrire una versione adattata del servizio in circa cento Paesi a basso e medio reddito, dove l’accesso a riviste e specialisti è limitato. Lo strumento deve però considerare le risorse diagnostiche e le terapie disponibili localmente. Il Financial Times riferisce inoltre che OpenEvidence si è ritirata dall’Unione europea e dal Regno Unito per questioni regolatorie. Per l’Italia, il caso mostra il potenziale di una consultazione più rapida delle conoscenze mediche, ma anche la necessità di valutazioni indipendenti, trasparenza, tutela dei dati e formazione. La sfida quindi non è soltanto introdurre l’AI in medicina, ma garantirne un uso sicuro al servizio del paziente.

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