Nuove accuse degli USA alle aziende AI cinesi: furto di proprietà intellettuale su scala industriale

Le accuse coinvolgono sei aziende cinesi, tra cui DeepSeek, Moonshot AI e Alibaba, che sarebbero state individuate nell’utilizzo non autorizzato di varianti di modelli AI prodotti negli Stati Uniti

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Nuove accuse degli USA alle aziende AI cinesi: furto di proprietà intellettuale su scala industriale

Il governo statunitense ha alzato nuovamente il tiro nella già tesa competizione tecnologica con la Cina, accusando sei aziende cinesi di aver sottratto su scala industriale modelli avanzati di AI sviluppati negli Stati Uniti. Secondo fonti ufficiali, tra cui funzionari della cybersecurity e delle forze dell’ordine, le società coinvolte avrebbero utilizzato varianti non autorizzate di modelli AI statunitensi, sfruttando una presunta rete di distribuzione e addestramento parallelo per eludere i controlli.

La Casa Bianca ha definito le operazioni come “aggressive e sistematiche”, sottolineando che rappresentano una minaccia diretta alla sicurezza nazionale e alla competitività tecnologica statunitense. Tra le aziende citate ci sono DeepSeek, Moonshot AI e Alibaba, tutte accusate di aver “distillato” illegalmente versioni ridotte o modificate di modelli AI statunitensi, per poi commercializzarle a livello globale. Secondo quanto riportato da Reuters, queste pratiche sarebbero state portate avanti attraverso canali non tracciabili, rendendo difficile per le autorità statunitensi individuarle tempestivamente.

Il Dipartimento della Difesa USA ha già avviato un’indagine interna per valutare l’impatto di queste attività, mentre il Congresso sta discutendo l’introduzione di nuove sanzioni contro le aziende straniere coinvolte. La mossa potrebbe arrivare in un momento in cui Washington sta cercando di limitare l’accesso cinese alle tecnologie strategiche, soprattutto dopo che Pechino ha accelerato lo sviluppo dei propri modelli AI, riducendo il divario con gli Stati Uniti.

Dalla Cina, intanto, arrivano smentite ufficiali. Il ministero degli Esteri di Pechino ha definito le accuse “infondate e strumentali”, accusando gli Stati Uniti di voler ostacolare la crescita tecnologica cinese con motivazioni politiche. “La Cina è leader nello sviluppo dell’AI e non ha bisogno di rubare tecnologie straniere”, ha dichiarato un portavoce del governo, aggiungendo che le accuse sarebbero una distrazione dalle difficoltà statunitensi nel mantenere il proprio vantaggio competitivo. Tuttavia, secondo analisti indipendenti, la rapidità con cui la Cina ha sviluppato modelli AI avanzati negli ultimi anni solleva dubbi sulle reali capacità di innovazione autonome del paese.

Il caso si inserisce in un contesto globale già complicato dalle tensioni commerciali e dalla corsa all’AI. Secondo un report del Center for Strategic and International Studies, pubblicato ad aprile 2026, la Cina avrebbe aumentato del 40% gli investimenti nello sviluppo di modelli AI negli ultimi due anni, superando per la prima volta gli Stati Uniti in termini di pubblicazioni scientifiche nel settore. “Questa non è più una competizione tra aziende, ma tra sistemi”, ha spiegato alla BBC Elsa Kania, senior fellow presso il CSIS. “Se la Cina sta davvero usando metodi illegali per accelerare il proprio sviluppo, il rischio è quello di un collasso della fiducia globale nell’innovazione tecnologica”.

Le conseguenze di questa accusa potrebbero essere dirompenti. Da un lato, gli Stati Uniti potrebbero inasprire ulteriormente le restrizioni sulle esportazioni di semiconduttori e tecnologie dual-use, già oggetto di sanzioni negli ultimi anni. Dall’altro, la Cina potrebbe rispondere con contromisure economiche o ritorsioni diplomatiche, aggravando ulteriormente le tensioni tra le due superpotenze. Per gli utenti e le aziende, invece, il rischio è quello di un mercato dell’AI sempre più frammentato, con prodotti di dubbia provenienza che potrebbero minare la fiducia nei confronti delle tecnologie emergenti. “Siamo di fronte a una nuova frontiera della guerra fredda tecnologica”, conclude Kania, “e nessuno sembra disposto a fare un passo indietro”.

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