Meno di due ore. Tanto ci ha messo la giuria federale di Oakland, in California, per chiudere il caso che Elon Musk aveva costruito in anni di attrito con Sam Altman e OpenAI. Il verdetto, emesso il 18 maggio 2026, è stato unanime: tutte le accuse respinte, non perché nel merito la giuria abbia dato torto a Musk sui fatti, ma perché Musk ha aspettato troppo a lungo prima di portare la questione in tribunale. La causa era prescritta.
La giuria — nove membri con funzione consultiva — ha stabilito che Musk aveva superato i termini di legge per presentare il ricorso. In California valgono limiti a tre anni per contestare una violazione del mandato di un ente no-profit e due anni per sostenere che qualcuno si sia arricchito illegalmente a danno dell’organizzazione. La giudice Yvonne Gonzalez Rogers ha accolto subito il verdetto, dichiarando di avere già le prove sufficienti per farlo proprio. Con quella decisione sono cadute anche le accuse contro Microsoft, che Musk aveva trascinato in giudizio come complice degli investimenti nel ramo profit di OpenAI. Né Musk né Altman erano presenti in aula quando il verdetto è stato letto. La corte non si è pronunciata se le accuse fossero fondate — quel capitolo è rimasto chiuso.
La storia alla base del processo è lunga. OpenAI nasce nel 2015 come organizzazione senza scopo di lucro, con la missione dichiarata di sviluppare l’intelligenza artificiale per il bene dell’umanità. Musk è tra i cofondatori e versa nel corso degli anni circa 38 milioni di dollari. Nel 2018 abbandona il consiglio di amministrazione, stando alle ricostruzioni di OpenAI perché non riusciva a ottenere il controllo dell’azienda. Nel 2019 OpenAI crea un ramo a scopo di lucro per attrarre capitali e ricercatori, una mossa che — secondo la difesa di Altman — Musk stesso aveva considerato e sostenuto, a patto di mantenere il timone in mano propria. Poi arriva l’accordo da 10 miliardi con Microsoft nel 2023, e pochi mesi dopo Musk lancia xAI, il suo laboratorio di intelligenza artificiale concorrente. La causa arriva a febbraio 2024, con richieste monstre: fino a 180 miliardi da restituire all’ente no-profit originale, la rimozione di Altman e del presidente Greg Brockman, lo smantellamento della struttura societaria costruita negli ultimi anni.
OpenAI ha usato il processo anche come occasione per ribaltare la narrazione pubblica. I suoi legali hanno mostrato messaggi, email interne e documenti in cui Musk stesso spingeva verso un modello profit, arrivando a proporre che OpenAI venisse assorbita da Tesla. L’avvocato di OpenAI, William Savitt, ha detto chiaramente dopo il verdetto che la causa era “un tentativo ipocrita di sabotare un concorrente.” Dal palco opposto, il legale di Musk Marc Toberoff ha annunciato ricorso in una sola parola: “appeal.” Musk su X ha scritto che giudice e giuria non hanno mai valutato il merito della vicenda, solo “una tecnicità di calendario.” Un post in cui attaccava la giudice definendola “terribile attivista” è stato poi cancellato.
Al di là dello scontro personale tra due dei personaggi più potenti della Silicon Valley, il processo ha prodotto una quantità insolita di rivelazioni: diari privati di Brockman, messaggi tra Musk e Mark Zuckerberg in cui i due discutevano un possibile acquisto congiunto di OpenAI, il ruolo di Google nelle fasi fondative, le opzioni di finanziamento valutate — incluse le criptovalute. Il processo ha anche confermato quanto OpenAI sia diventata centrale per gli equilibri del settore: a marzo 2026 l’azienda ha chiuso un round da 122 miliardi di dollari con una valutazione superiore agli 850 miliardi. Con il verdetto, quella struttura societaria rimane intatta. Musk ha già preannunciato l’appello, ma i margini sono stretti: rovesciare una decisione basata su un dato di fatto — quando Musk era a conoscenza dei presunti illeciti — è storicamente difficile nei tribunali federali americani.
